Il nuovo soprintendente Cozzolino: «Manterrei una Vela» La Soprintendenza deve vigilare e segnalare. Si può cominciare le inadempienze dal porticato «Non siamo opinionisti». Esordisce così Giorgio Cozzolino, che ha appena assunto la carica di soprintendente per i beni architettonici, paesaggistici, storici, artistici ed etnoantropologici di Napoli e provincia, nella quale è subentrato a Stefano Gizzi dopo quattro anni e mezzo. Cozzolino è napoletano, ha 51 anni, è laureato in Architettura e iscritto all'Ordine degli architetti di Napoli, si è specializzato in Conservazione integrata dei Beni culturali sul paesaggio al Suor Orsola Benincasa e poi ha seguito un corso di perfezionamento in Pianificazione urbana e territoriale sulla riqualificazione urbana all'Istituto universitario di Architettura di Venezia. Il suo incarico precedente era al vertice della Soprintendenza per i beni architettonici e paesaggistici delle Marche. «Non siamo opinionisti», ripete e precisa: «Dobbiamo ricondurre tutto in una cornice più chiara per difendere il ruolo di un'istituzione che si cerca di affossare sempre più». Inevitabilmente, però, il soprintendente sarà chiamato a esprimere la propria opinione su argomenti controversi che in città sono stati al centro di dibattiti a volte infuocati. Per esempio, soprintendente, parliamo dei prolungamenti della scogliera davanti alla rotonda Diaz. Lei è napoletano, certamente sa che se n'è discusso molto. Alcuni non li volevano affatto, altri premevano perché necessari all'allestimento del primo evento di America's Cup. Alla fine, dopo aver sentito anche il parere dell'ufficio legislativo del ministero, il suo predecessore Gizzi ha dato il via libera purché fossero rimossi subito dopo le regate. Eppure sono ancora lì. «Ecco, su questo non c'è da esprimere opinioni. Cosa si deve fare è già scritto in un provvedimento che è norma: i baffi devono essere rimossi a cura delle amministrazioni competenti». Nessuno dice esplicitamente di voler fare diversamente, tuttavia sono lì, sotto gli occhi di tutti. «Be', la Soprintendenza ha il compito di vigilare e, eventualmente, di segnalare le inadempienze. Poi esistono procedure sanzionatorie di vario tipo. Insomma, chi deve rimuovere i prolungamenti e non lo fa si assume le proprie responsabilità. La questione è che se si lascia correre tutto si alimenta il dispregio delle norme». A chi dovete fare la segnalazione? Alla Direzione regionale dei Beni culturali, alla Procura? «Alla Direzione sicuramente. Quanto alla Procura, che io sappia c'è già un esposto». Ne parlerà con il sindaco de Magistris? Anzi, lo ha già incontrato? «No, non l'ho ancora visto. Ho segnalato alla sua segreteria la necessità di un incontro per la consuetudine di presentarsi a tutte le autorità. La stessa richiesta la farò al prefetto, al cardinale...». A proposito del primo cittadino, ha appena esternato il proprio desiderio di realizzare un'arena destinata ad eventi di sport e spettacolo sul lungomare. Cosa ne pensa? «Innanzitutto penso che la pedonalizzazione crea la condizione per realizzare un obiettivo da non perdere: la valorizzazione di uno dei lungomari più suggestivi del mondo. E apprezzo la volontà del sindaco che ne ha agito con grande rapidità. Però occorre, altrettanto rapidamente, anche un progetto per sottrarre il lungomare a eventi occasionali, appunto non progettati e non adeguati ai luoghi. Venendo all'arena, bisognerà valutare cosa si può fare senza violare i vincoli esistenti. Forse sarà necessaria una variante al piano regolatore, nel quale credo che via Caracciolo sia considerata un'arteria stradale. Comunque, sarà anche un'utopia, sono convinto che sia necessaria una sorta di progettazione partecipata, coinvolgendo le migliori forze della città. Forze che esistono e sono di grande qualità, anche se spesso sono soffocate dall'improvvisazione o da forze negative. ci sono cose che si possono fare solo con un ampio coinvolgimento». Probabilmente troverà d'accordo il sindaco, che in campagna elettorale ha fatto della democrazia partecipata una delle sue bandiere. Inoltre il lungomare rischia di finire come piazza Plebiscito, «liberata» ormai da tanti anni ma ancora priva di una funzione definita. Sa che i Verdi attendevano proprio lei per «aprire» la piazza ai bar, a iniziative meno sporadiche dei concertoni? E che, dall'altra parte, Gizzi sostiene invece che lui i concerti rock non li avrebbe proprio voluti perché al Plebiscito dovrebbe essere di casa la musica classica? Lei cosa ne pensa? «Da napoletano, non da funzionario dei Beni culturali, se dell'utilizzo del lungomare sento parlare e leggo da trent'anni, di piazza Plebiscito, e in particolare del mancato recupero del porticato, leggo e sento parlare forse da quarant'anni. Devo studiare la vincolistica su piazza Plebiscito, ma penso che dovremmo riprendere proprio questo discorso, dal porticato». Altrove lei si è battuto contro il dilagare dei tavoli... «Il problema non è mai il tavolino in sé, piuttosto il cono gelato gigante o l'insegna che prima o poi spuntano. Quindi occorre un regolamento rigoroso e una altrettanto rigorosa applicazione del regolamento. Però credo che dal porticato si possa cominciare». E il rock in piazza? «Non vorrei riprendere il discorso dei Pink Floyd a Venezia, delle vibrazioni che mettevano a rischio i monumenti... Insomma una piazza fa parte della città. Mi sono affacciato dal mio nuovo ufficio, che dà proprio su piazza Plebiscito e ho visto tanti turisti e ragazzini che giocavano a pallone. Napoli ha una sua particolarissima conformazione antropologica e non possiamo trascurare questo dato. Pur garantendo il rispetto dei monumenti che fanno da cornice alla piazza. In fondo sono soprintendente anche per i beni etnoantropologici». Un altro tema di discussione, negli ultimi tempi, è il destino di Scampia e soprattutto delle Vele progettate da Franz Di Salvo e poi finite in mano alla camorra. Alcune sono state già abbattute per decisione di Bassolino. Cosa si deve fare di quelle che restano? «Secondo me, al di là delle norme e anche del piano che ne prevede la demolizione, io ne conserverei una rifunzionalizzandola per uso non residenziale. La loro architettura è stata penalizzata non da deficienze progettuali, ma dalla voragine del degrado sociale che le ha inghiottite. Però fanno parte del patrimonio pubblico. Potrebbero ospitare, appunto, uffici pubblici o magari case dello studente. L'operazione costerebbe? Certo, ma costa anche demolirle. Io ho fatto la tesi di laurea sul recupero delle periferie, e oggi credo che a Napoli si dovrebbe cominciare a ragionare sui quartieri, non su centro e periferia». Lei ha chiesto di venire a Napoli perché evidentemente aveva saputo che era possibile. È contento di essere qui? «Certo, mi riempie di orgoglio, non ho mai perso la passione per la città. Ma ovviamente sono anche preoccupato: è un ruolo che definirei crudele». Soprintendente, forse ironicamente, forse in uno sfogo, Gizzi ha detto che a Napoli i vincoli sono inutili. È così? «No, assolutamente: i vincoli servono»