Il caso di Enna è il più interessante, come evidenziò Vincenzo Littara nel ricostruirne la Storia, mettendo l'accento sull'importanza per la città del culto di DemetraCerere Parlando di archeologia, capita di sentir dire che le pietre parlano, almeno a chi le sa ascoltare. Non è esattamente così. Le pietre si limitano a rispondere alle domande: è chi fa le domande che conduce il dialogo. La storia degli studi di antichistica ha un suo interesse, non solo per seguire il progresso delle conoscenze, ma per vedere i diversi modi di approccio: perché certe cose sono state fatte in certi ambienti. L'interesse per il periodo classico si può far risalire in fondo all'Italia del Rinascimento; c'era bisogno di una definizione del potere diversa dai motivi religiosi del Medioevo: il mezzo scelto per la legittimazione politica fu l'antichità. Il caso di Enna è particolarmente interessante. L'opera di Tommaso Fazello (1558) dà una descrizione della Sicilia, con larghi riferimenti agli avanzi di antichità. Nelle pagine dedicate all'area di Enna aveva ripreso i riferimenti dei classici al santuario di Cerere; ma indicava anche diversi resti di antichità nei dintorni. Vincenzo Littara, netino, ecclesiastico, una delle più interessanti figure dell'umanesimo siciliano, approdò in città verso il 1585 per curare l'istruzione di rampolli di famiglie locali. Ebbe anche l'incarico per una Storia di Enna. Mette sistematicamente l'accento su due temi: la grande antichità della città e l'importanza del culto di DemetraCerere. Per il primo, la motivazione è politica: la storiografia municipalistica siciliana dell'epoca riteneva di poter accrescere il potere contrattuale delle singole città nei confronti della corte viceregia, trovando testimonianze della loro antichità basate sull'autorità dei classici. Enna era stata da sempre famosa per il tempio di Cerere e per essere stata il luogo del rapimento di Proserpina. Tanto che su arredi liturgici della Chiesa Madre, tra la fine del XVI e il XVII secolo, col linguaggio delle immagini si cerca di stabilire una continuità tra il culto di Cerere e il culto della Madonna. Un approccio diverso troviamo nella storiografia locale del XIX secolo. Per la Storia di Enna di Paolo Vetri, 1883, la città sicana era rimasta praticamente indenne alle invasioni di Siculi e Greci; la conquista romana determina una decadenza dei costumi, ma lo zoccolo duro degli indigeni si riscatta con la lotta per la libertà costituita dalle guerre servili. È la posizione degli intellettuali siciliani del XIX secolo, alla ricerca di una mitica età dell'oro alla quale tornare scrostandosi di dosso gli effetti delle varie invasioni; si tratta in fondo di un epigono di posizioni che risalgono a prima. Negli antiquari siciliani della prima metà dell'Ottocento, all'interesse per l'Isola si accompagnò l'esaltazione della propria terra nell'epoca greca. Dopo l'unificazione in un solo regno della Sicilia e di Napoli, e soprattutto dopo la repressione dei moti siciliani del 1820 da parte del governo centrale, tra gli intellettuali siciliani si affermò in modo deciso il passato greco, assieme ad un giudizio ostile per il dominio romano. Nella storiografia siciliana del XIX secolo c'è anche una posizione piuttosto interessante, che viene rappresentata in maniera più significativa nella "Storia critica di Sicilia dai tempi favolosi" (1834) dell'ennese Giuseppe Alessi. Il momento di maggiore splendore viene visto nella fase precedente l'arrivo dei Greci: il mito dei Siculi come ideale di società libera e indipendente è in fondo una visione eccentrica, in un momento in cui nel resto d'Europa prevaleva l'idea della superiorità della cultura greca su tutte le altre. In tutta Italia dalla metà del Settecento c'è un filone che rivaluta le civiltà indigene in contrapposizione a Greci e Romani. Un filone di ispirazione illuministica e massonica, che mira a riscoprire una presunta età dell'oro passata. L'impostazione storiografica è infarcita di letture forzate delle fonti, ricorso ricorrente a paretimologie. Una sorta di canto del cigno dell'antiquaria, che ormai sta cedendo il passo alla nuova impostazione degli studi di scienza dell'antichità, non a caso definita in tedesco: Altertumswissenschaft. In un articolo del 1898 Paolo Orsi osservava che nei secoli VIII-VI a. C. le colline attorno al lago di Pergusa dovevano essere «assai più fittamente abitate, che oggi non sieno»; parla di necropoli «spogliata dai villani che ne trassero materiali in piccola parte ceduti al Museo della Matrice in Castrogiovanni, o messi in commercio», accenna alla tipologia funeraria e al tipo di materiali. L'azione dell'archeologia scientifica era cominciata. Un piccolo lotto di materiali archeologici da collezione dall'area di Pergusa, confluito al Museo di Palazzo Varisano, fa pensare appunto a insediamenti siculi che si vanno trasformando a contatto con la dominante cultura greca. Gli oggetti ci fanno vedere gruppi emergenti di guerrieri siculi che adottano usanze greche; sono presenti prestigiosi oggetti importati e imitazioni locali, che documentano l'assimilazione dei modelli; terracotte riferibili al culto di Demetra rimandano chiaramente al noto santuario. Nel 1930 lo stesso Paolo Orsi affronta sistematicamente lo sperone roccioso di "Rocca di Cerere", trova che i segni superstiti nella roccia erano compatibili con le basi delle due statue colossali, nello spazio aperto davanti al tempio. Per il resto si rassegnava a concludere che «nulla più esiste del celebratissimo santuario». Alla localizzazione ha certo contribuito un'iscrizione, scoperta su un masso 250 m. a valle della Rocca di Cerere, datata tra IV e III secolo a. C., un cippo di confine del sacro giardino di Demetra. Dagli anni Ottanta del XX secolo si è avuta una ripresa di scavi e ricerche, a Enna e sulle colline intorno al lago di Pergusa. Ma questa è un'altra storia. 19092012
SICILIA - L'antichità classica come strumento di legittimità politica
Il caso di Enna è particolarmente interessante per la sua antichità e il culto di DemetraCerere. La storia degli studi di antichistica ha un interesse per seguire il progresso delle conoscenze e vedere i diversi modi di approccio. L'opera di Tommaso Fazello (1558) descrive la Sicilia con riferimenti agli avanzi di antichità, mentre Vincenzo Littara (1585) mette l'accento sulla grande antichità della città e l'importanza del culto di DemetraCerere. La storiografia locale del XIX secolo presenta una posizione diversa, che cerca di stabilire una continuità tra il culto di Cerere e il culto della Madonna.
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