L'esposizione dal 29 settembre. Insieme alla ricostruzione delle organizzazioni criminali e le mappe del mercato clandestino Anche l'archeologia ha i suoi thriller. C'era una volta un'antefissa etrusca del VI secolo a. C. scolpita a rilievo policromo con le figure di Menade e Satiro, originaria di Cerveteri, che nel 1996 entrava a far parte del Getty Museum di Malibu. Più che una favola, però, è una storia "nera", perché il reperto era stato scavato clandestinamente nel Lazio negli anni '70, trafugato all'estero in un deposito al Porto Franco di Ginevra di proprietà del trafficante italiano Giacomo Medici, e dopo un accurato restauro, tramite il mercante internazionale Robert Hecht, approdato "in transito" nella collezione americana Hunt, per poi essere battuto all'asta da Sotheby's nel giugno del '90, grazie a "talpe" conniventi che ne autenticarono il pedigree. L'acquistava il mercante Robin Symes e lo stesso giorno, per la stessa cifra, lo rivendeva ai collezionisti Fleischmann, che nel '94, insieme a tutta la loro collezione, lo esponevano al Getty Museum, passaggio di routine per l'ingresso ufficiale nel museo. L'antefissa riassume il perfetto sistema di riciclaggio e traffico illecito di reperti consumatosi per quarant'anni tra Etruria e Magna Grecia. Un business di tombaroli stroncato nel 1995 con il sequestro del deposito Medici in Svizzera e degli archivi privati dei maggiori esponenti del traffico, che viene per la prima volta raccontato in una mostra, "Predatori dell'Arte e il Patrimonio ritrovato. Storia del recupero", visitabile dal 29 settembre al 15 dicembre al Museo Etrusco di Villa Giulia, fortemente voluta dalla soprintendente per l'Etruria meridionale Alfonsina Russo Tagliente e curata da Daniela Rizzo e Maurizio Pellegrini, i due funzionari archeologi che con caparbia ostinazione per diciassette anni hanno seguito come consulenti scientifici le indagini coordinate dalla Procura della Repubblica di Roma e condotte dai Carabinieri del nucleo Tutela patrimonio culturale insieme alla Guardia di Finanza. In un allestimento da detective story, Rizzo e Pellegrini assemblano documenti inediti sulla rete "piramidale" dell'organizzazione, mappe certosine delle rotte del mercato e perfino polaroid scattate da Medici per documentare i "trofei" dello scavo clandestino (compreso il "colpaccio" del Cratere di Eufronio che ne decretò nel '71 il ruolo chiave nel sistema). Ne viene fuori il "giro del mondo" compiuto dai capolavori archeologici recuperati, esposti in gran parte per la prima volta dal loro rientro in Italia. Come il "Cratere Apulo a figure rosse" del IV sec. a. C. che Medici mandò all'asta da Sotheby's a Londra nel '94, i Vasi Attici passati "in transito" nella collezione Hunt, e le decine di pezzi, tra ceramiche e bronzi, restituiti dai musei di Boston, Princeton, Cleveland, dal Metropolitan di New York e dal Getty di Los Angeles. "La mostra vuole far luce per la prima volta sulla piaga degli scavi clandestini - commenta la Russo - chiarendo come il sequestro Medici del '95 abbia segnato uno spartiacque nella storia del fenomeno, diminuito ad oggi del 70". (16 settembre 2012)