I responsabili del Louvre e della National Gallery: aumentano i no eccellenti ai privati «Sono completamente d'accordo col testo dell'appello », scrive Catherine Loisel, conservateur en chef del Grand Louvre - È una decisione vergognosa e disastrosa. Prego di includere il mio nome fra gli oppositori», incalza da Londra la nota storica dell'arte Jennifer Montagu del Warburg. «Voglio comunicarvi il mio senso di allarme, la mia piena adesione», fa sapere da Washington il direttore della National Gallery, Jonathan Bober. Suscita queste accese reazioni nel mondo la notizia che il governo italiano affida ad una Fondazione privata il complesso milanese di Brera e che tre persone, chi scrive, l'archeologa Maria Pia Guermandi e lo storico dell'arte Tomaso Montanari, hanno diffuso una lettera a Napolitano e a Monti contro questa operazione a scatola chiusa. Con lo Stato che ci mette il complesso del Piermarini, le collezioni, un fondo annuo di 2 milioni e altro ancora, e dei privati (per ora il ministro Ornaghi ha convocato Cariplo e Camera di Commercio...) ai quali si delega la gestione di tutto ciò. Senza che ci sia uno straccio di statuto che chiarisca chi deciderà le strategie tecnico-scientifiche e organizzative: i privati? E a quale titolo? Per «far fruttare soldi» a Brera trasformandola in un emporio in vista di Expo 2015? Ci si domanda - nella lettera inviata al Quirinale e a Palazzo Chigi - come tutto ciò corrisponda all'art. 9 della Costituzione e se il «modello Brera» non verrà poi esteso ad altri musei statali. Al Maxxi, a Santa Maria della Scala. Le adesioni all'appello «No alla privatizzazione per decreto di Brera. Il suo rilancio va discusso in modo approfondito», sono oltre 300. Firmano i direttori dei maggiori musei statali italiani: Matteo Ceriana (Accademia di Venezia), Anna Coliva (Galleria Borghese), Rita Paris (Archeologico di Palazzo Massimo), Anna Lo Bianco (Galleria Barberini), Maria Grazia Bernardini (Castel Sant'Angelo), Luisa Ciammitti (Palazzo dei Diamanti), Marioli-na Olivari vice di Brera, il segretario generale del Molise Gino Famiglietti, esponenti di Bianchi Bandinelli, Italia Nostra. Eddyburg, Cesare Brandi, Patrimonio Sos, Comitato per la Bellezza, dell'Accademia di Brera, archeologi come Licia Borrelli Vlad, Piero Guzzo, Mario Torelli, Carlo Pavolini, la responsabile Assotecnici Irene Berlingò, rappresentanti della cultura milanese, Rosellina Archinto, Corrado Stajano, Roberta De Monticelli, Gianandrea Piccioli; storici e storici dell'arte, Carlo Ginzburg, Antonio Pinelli, Jacqueline Risset, Francesco Caglioti e centinaia di altri. Tutti d'accordo sul fatto che la Pinacoteca di Brera, in sofferenza da decenni, reduce da un commissariamento (e l'ex commissario Mario Resca afferma che «lo Stato non deve abdicare»), vada rilanciata ma con una regia pubblica forte, quale museo di ricerca e riscoperta, di storia dell'illuminismo lombardo, centro della didattica e del sapere. QUALE RUOLO PER GLI AMICI «Al privato si concede da noi un lauto pasto», ha osservato tagliente il responsabile Cultura del Pd, l'archeologo Matteo Orfini, «a patto di accettare che non si limiti a fare ciò che fa in tutto il mondo, cioè destinare donazioni e sponsorizzazioni o sostenere associazioni di amici dei musei». E gli Amici di Brera potrebbero oggi avere un ruolo molto importante. Dal dibattito scaturito dopo gli stralci dell'appello usciti su alcuni giornali i propugnatori a oltranza di Brera ai privati non hanno saputo aggiungere una vera argomentazione. Anche perché - come ha ben rilevato la milanese Giulia Maria Crespi fondatrice del Fai - non c'è ancora uno statuto che eviti il pericolo di una «fondazione-pateracchio» in cui Stato, Comune, Regione dicono ognuno la loro... Ci viene chiesto cosa proponiamo in alternativa: proponiamo un Ministero "ricostruito" dopo Bondi e Ornaghi, Soprintendenze che rialzano la testa, riacquistano dignità (e fondi), privilegiando merito e competenza. Non si possono assumere decisioni tanto importanti nel corpo di un decreto economico senza aver discusso a fondo i problemi strategici posti nel terzo millennio da un grande museo statale da anni in grave difficoltà come Brera il cui rilancio pubblico tutti gli intellettuali italiano dovrebbero ritenere indifferibile. Col concorso dei privati, certo. Non delegando banche e Camere di Commercio.