I Giustiniani furono i Guggenheim della Roma del Seicento: imprenditori di successo e soprattutto collezionisti, scopritori di giovani talenti, proiettori e committenti di artisti di fama. Ma la loro straordinaria raccolta gli inventari del 1638 elencano 632 dipinti e circa 1800 sculture delle quali almeno 240 erano pezzi «moderni»non fu musealizzata. Fu venduta. Nel tempo centinaia di operedi Caravaggio o di Riberasono finite in Francia, Germania, Russia, Gran Bretagna, Stati Uniti, oltre che nei rivoli musei, chiese e collezioni italiane. Si era addirittura persa memoria di importanti capolavori, come ha raccontato la mostra che si tenne nella capitale quattro anni fa, quando fu presentato il Cristo non finito di Michelangelo, prima versione di quello che si tro-ìva in Santa Maria sopra Minerva. ì Fu ritrovato a Bassano Romano da ìSilvia Danesi Squarzina, seguendo le sottili tracce degli inventari delle carte d'archivio Giustiniani che ora vengono pubblicate nei saggi Einaudi Sono tre volumi curati dalla Squarzina. È un imponente contributo alla storia d'arte che permette di comprendere il gusto dei Giustiniani e di ricostruire criticamente le vicènde della collezione. Non solo. Questi scritti, che vanno dal XVII al XIXsecolo, narrano come pochi altri la dispersione del patrimonio artistico italiano. Dice Silvia Danesi Squarzina: «All'inizio dell'Ottocento molte grandi famiglie furono costrette a vendere opere assai importanti per pagare le tasse imposte da Napoleone. Ma riuscirono a salvare molti quadri e sculture. La collezione Giustiniani invece fu totalmente smembrata anche per la mancanza dì un erede maschio. Della collezione ne il nostro paese è rimasto il materiale d'archivio, enormemente vasto. E' un fondo di duecento faldoni che è depositato presso l'Archivio di Stato. Lo abbiamo sviscerato e adesso lo pubblichiamo». Durante lo studio degli inventari fu ritrovato il Cristo di Michelangelo. Ci sono state altre scoperte? «Altre scoperte ci sono state anche sul Cristo. Nuove analisi hanno permesso di stabilire che il marmo è Io stesso usato per il monumento funebre a Giulio II, lo stesso della Rachele e di Elia che furono realizzate da Michelangelo. Ma sono saltate fuori altre cose. Abbiamo identificato le nove Madonne della galleria giustiniana e abbiamo visto che una di queste, che si credeva di Tiziano, è invece di mano di Francesco Vecellio. E' una Madonna in gloria che oggi sì trova in una collezione inglese. Abbiamo appurato che certi acquisti non furono fatti da Vincenzo Giustiniani ma dal fratello, il cardinale Benedetto. E' stato ritrovato un San Gregorio Magno che dai Giustiniani era passato ai Torlonia e che era stato ingiustamente attribuito da Roberto Longhi al Saraceni». Di chi è invece? «Dai documenti e abbiamo visto che fu dipinto da Ribera. E l'attribuzione è stata accettata da Nicola Spinosa, autore del catalogo generale dell'artista. Non solo. Con questa scoperta è stato ancor più demolita la figura del "Maestro del giudizio di Salomone" intorno alla quale Roberto Longhi aveva riunito una serie di dipinti. Questo quadro dunque è diventato un punto d'incontro dello scontro tra la corrente longhiana, legata all'occhio del conoscitore, e quella romana, più legata alla documentazione. Ma abbiamo rintracciato anche ritratti di Federico Zuccari, G-uercino, uno splendido dipinto del Pordenone finito a Coma, in Germania, acquistato da Federicodi Sassonia Gotha. Centosessanta dipinti furono comprati dal re di Prussia tra il 1812 e il l815a Parigi, il nucleo più consistente erano le opere seicen tesche e che ancor oggì si trovano in Germania. Molte di quelle rinascimentali finirono in Gran Bretagna». I dipinti furono esportati nonostante l'opposizione del papa. Perché? «Il Papa fece realizzare il famoso inventario delle "assegne". Ma quando il soggetto dimostrava di essere in condizioni economiche disperate otteneva il via lìbera all'esportazione». Pubblicate due inventori inediti sulle sculture.Ci sono delle sorprese? «La cosa interessante riguarda il passaggio delle sculture an tiche dai Giustiniani ai Torlonia. Il passaggio definitivo avvenne nel 1857. Furono ceduti 175 pezzi. Di grande interesse è anche l'inventario di Annibale Malatesta redatto nel 1810 con le stime dell'epoca, che erano molto alte». Ma gli artisti frequentavano Palazzo Giustiniani? «Dai documenti e dagli scritti di Vincenzo si capisce che nel palazzo aveva luogo il rito della conversazione e che insieme ai Giustiniani si ritrovavano numerosi artisti. C'era quasi una gara per scoprire nuovi talenti, per acquistarne i quadri a basso prezzo. Tra i giovani protetti ci furono Caravaggio e i Carracci. Nel Settecento invece si organizzavano visite per i viaggiatori del Grand Tour. Ma comprendevano ben poco di quanto era esposto».