Il patrimonio di Bruno Tosi rischia di non finire in un museo Bruno Tosi lo aveva dichiarato qualche mese fa: voleva donare a Venezia la sua collezione di cimeli e documenti legati al mito di Maria Callas e farne un Museo. E ora che il giornalista, critico e scopritore di talenti della musica è scomparso, il suo patrimonio rischia di essere accantonato. Non avrebbe certificato la collezione. «Ho maturato una decisione: donare a Venezia la mia collezione e farne un Museo, nel 2012 o 2013. Ho fatto ufficialmente la proposta e attendo delle risposte e delle decisioni, dei coinvolgimenti». Così diceva in un'intervista di alcuni mesi fa Bruno Tosi, parlando della sua collezione di cimeli e documenti legati al mito di Maria Callas, a cui aveva dedicato l'omonima Associazione da lui fondata, per mantenerne viva la memoria, con una serie di mostre itineranti che avevano toccato negli anni le principali capitali mondiali e ancora proseguivano. E ora che Bruno - giornalista, press agent di celebrati cantanti lirici come Renata Tebaldi o Mario Del Monaco, organizzatore teatrale e musicale che pur girando per il mondo non aveva mai lasciato la sua laguna - non c'è più, la domanda che a Venezia corre, mentre è ancora forte il dolore per la sua improvvisa scomparsa (con i funerali che saranno celebrati lunedì alle 11 nella Basilica di San Giovanni e Paolo), la domanda che in molti si fanno, è appunto cosa ne sarà della collezione Callas di Tosi e se essa troverà effettivamente uno spazio permanente in una città a cui anche professionalmente la grande cantante lirica fu molto legata. La risposta è avvolta nell'incertezza. La Fondazione del Teatro La Fenice - quello più amato da Tosi, tanto da volere organizzare qui ogni anno il suo prestigioso premio "Una Vita per La Musica" - si è già mostrata vicina a Tosi. Una delle sue ultime volontà è stata infatti quella che fosse La Fenice a portare avanti il suo Premio che ha onorato negli anni sommi talenti musicali - da Rubinstein a Segovia, da Bernstein a Rostropovich, ma l'elenco è infinito - e così sarà. E la serata di lunedì, quando il Premio alla Fenice sarà assegnato per il 2012 al pianista Aldo Ciccolini, sarà anche quello della commemorazione di Tosi, del passaggio di consegne del riconoscimento da lui inventato in mezzo a scetticismi e difficoltà e divenuto poi un classico. Ma difficilmente la Fenice, come altre istituzioni veneziane si farà carico della nascita di un Museo Callas a Venezia, perché quella collezione resta indissolubilmente legata a Tosi, alla sua generosità e insieme alla voglia entusiastica di rischiare sempre e tutto per le cose a cui teneva - senza badare a spese o a meri calcoli di opportunità - che hanno fatto sì che la raccogliesse, negli anni, con modalità note a lui solo e ora difficilmente riconducibili a un inventario o a una classificazione classicamente muse-ale. I carteggi sono tra gli elementi più certi, come le lettere inedite tra la Callas e il marito, l'industriale Giovanni Battista Meneghini, acquistati all'asta da Sotheby's da Tosi nel 2007 in cui gli esprime riconoscenza o amore. O quelle appassionate con Pier Paolo Pasolini, ai tempi di "Medea" in cui non si capacitava - come raccontava Tosi - che la loro relazione dovesse restare solo platonica. Ma arduo è ricostruire - per un organismo "terzo" - la provenienza diretta delle centinaia di cimeli callasiani raccolti da Tosi negli anni e certificarli formalmente anche se già la collezione è stata stimata, sembra, per un valore complessivo di circa un milione di euro. Come gli abiti usati dalla Divina per gli ultimi due concerti: quello azzurro a San Francisco, quello rosso a Tokyo. O i meravigliosi abiti da sera creati per lei da stilisti cone Yves St. Laurent, Christian Dior, Biki, Lanvin, tra gli altri. E ancora gli oggetti di scena, dai ventagli di Traviata al pugnale o ai diademi di Tosca. Una raccolta composita, di ardua lettura e classificazione, di provenienza nota solo a chi l'aveva raccolta con amore e impeto negli anni come aveva fatto Bruno Tosi. Per questo, forse - di fronte alle rigide regole delle istituzioni culturali e museali e alla difficoltà obiettiva di tradurre non in una mostra temporanea, ma in un museo permanente il mito della Callas - il sogno del suo museo in laguna rischia di rimanere tale. Ma non è ancora detto.