Il progetto La cordata guidata da Versace voleva creare un fondo riservandosi il 49 ma Palazzo Marino ha ripreso le redini AVEVA diviso la politica e la città, quella proposta planata sul tavolo del sindaco e dell'assessore Tabacci. A consegnarla, la Fondazione Altagamma guidata da Santo Versace che, a maggio, era uscita allo scoperto con tanto di piano di fattibilità dell'operazione: più insegne (dagli attuali 20mila ai possibili 50mila metri quadrati di spazi commerciali) messe a reddito con un fondo immobiliare trentennale del valore prudenziale di 800 milioni. Il 51 sarebbe rimasto in mano al Comune, il resto ai privati. Ossigeno per un'amministrazione in cerca di fondi per alimentare quel corposo piano di investimenti sognato, era il giudizio di chi continua a essere favorevole. Una svendita della Galleria, invece, per i detrattori. Ma soltanto pochi mesi dopo quell'idea sembra allontanarsi sempre di più. Congelata. Con Palazzo Marino tornato a fare il vero padrone di casa. Perché, dai rinnovi di contratti di affitto che arriveranno al 2030, fino alle regole più rigide dettate dalla giunta per mettere fine a quella girandola di cambi di vetrine che - sotto il cappello della cosiddetta cessione dei rami d'azienda - si risolvevano in un affare tra privati, gli ultimi passi di Palazzo Marino sembrano andare in una direzione opposta. Il Comune, almeno per ora, ha ripreso saldamente in mano il suo bene più prezioso. Sperimentando una gestione fai-da-te con un obiettivo preciso: valorizzare al massimo quel tesoro e far salire l'incasso, oggi fermo a poco più di 12 milioni all'anno, almeno a 20 se non di più. Ma, allo stesso tempo, garantire la sopravvivenza di attività a gestione familiare o il ritorno di marchi storici. Senza il rischio di trasformare l'Ottagono in un gigantesco mall. Il dossier Galleria tornerà al centro della discussione della maggioranza a ottobre. Questa è la linea dei piani alti di Palazzo Marino. È allora che, si dice, verrà presa una decisione sul futuro del complesso monumentale con vista Duomo. Solo al termine, però, di studi e approfondimenti giudicati indispensabili per poter fare ragionamenti successivi. A cominciare da quello di base: un'istruttoria tecnica già avviata per capire quali siano i reali margini di manovra. Perché la Galleria non è un immobile qualsiasi. È un bene vincolato e bisognerà stabilire - con la Sovrintendenza, ma non solo - cosa potrà fare l'amministrazione. Da qui passerà, prima di tutto, la possibilità di tirare fuori dal cassetto la proposta di Altagamma. O un'altra idea valutata in piazza Scala: dare vita a una società-veicolo per permettere al Comune, ad esempio, di chiedere mutui. Verifiche che si intrecciano ad altri piani economico- finanziari come la vendita di Sea-Serravalle: se la giunta potrà fare affidamento su quei fondi extra, per dare via ai cantieri futuri potrebbe non essere necessario "vendere" la Galleria. Il punto rimane sempre quello: come far fruttare al massimo spazi a cinque stelle che finora non hanno reso quanto avrebbero potuto. È stato questo l'obiettivo della "fase 1" della strategia del Comune. Partita con il bando vinto da Prada che, a regime, porterà il canone alla cifra monstre di 9 milioni all'anno, quasi quanto l'attuale incasso complessivo. La "fase 2" prenderà vita adesso, con il trasloco delle associazioni e bandi per 2.700 metri quadrati di uffici ai piani alti per i quali si punta a decuplicare (non più 46 euro, ma 400 al metro quadrato) gli affitti. Infine la "fase 3": la cessione dei rami d'azienda e il via libera ai rinnovi di insegne, ai cambi di destinazione e di marchi, dove a guadagnare, però, dovrà essere il pubblico e non i privati, e il Comune avrà l'ultima parola su tutto. L'eventuale "fase 4" sarà valutata a ottobre: ma, per ora, Palazzo Marino ha stabilito le premesse per fare il padrone di casa. Con la proposta Altagamma in un orizzonte sempre più lontano.