«Il museo di Babilonia è stato risistemato», scrive Donny George Hannah, direttore generale dei musei iracheni, ma per ora resta vuoto «per motivi di sicurezza», «il museo di Baqubah era stato completamente ricostruito, ma l'attentato all'adiacente stazione di polizia lo ha di nuovo reso inagibile». Quattordicimila pezzi sono stati rubati dal museo di Bagdad e di questi «4.000 sono stati recuperati». I siti archeologici sumeri e assiro-babilonesi dell'Iraq non stanno meglio. Tocca all'ambasciatore Mario Bondioli Osio, ex «ministro» agli Affari culturali iracheni sotto l'amministrazione di Paul Bremer, segnare il punto: «II saccheggio era problema marginale prima della Guerra del Golfo del '91, è diventato incontrollabile dall'aprile 2003» con la caduta del regime di Saddam Hussein. Entro febbraio 2004 «sono state completate le procedure d'appalto per i primi sistemi di comunicazione radio» a vantaggio delle guardie archeologi-che, «con 15 basi, 20 sistemi mobili, 20 ripetitori, 90 walMe talMe,20pickupa4ruotemo- Unpe trici». «Finanziamenti devono ancora essere individuati tra le UH per altri 100 veicoli e 52 siste- caDOla1 mi di comunicazione radio». Difficile trovare un «libro d'arte» con testimonianze come queste, al confine del reportage giornalistico, spesso segnate dall'«emozione per lo scampato pericolo» dei vari autori. Succede prima e dopo la guerra, edito dall'Istituto Italiano di Cultura di Bruxelles. Curatrice Pialuisa Bianco. «Il carattere eccezionale di questo volume sta nella sua contingenza», scrive la Bianco, nel «riuscire ad offrire al pubblico vasto un percorso tra capolavori irraggiungibili per il contesto di pericolo» post-bellico. «Onore al merito dei nostri fotografi che, sfidando l'impossibile, ci hanno consentito di aggiornare il percorso archeologico» iracheno. n «percorso» parte «alto» con saggi sulla civiltà mesopotamica dal Britisli Mu-seum, dal Louvre, dalle università di Chicago, Torino, Berlino. Si tuffa nella cronaca dei tentativi di salvataggio del protettorato internazionale (aprile 2003-giugno 2004) e, infine, si permette di sognare un Iraq dove i turisti possano ammirare il tesoro di Ninive (esposto per una sola settimana) , i nuovi scavi e i monumenti restaurati. Il libro soffre la mancata datazione dei vari scritti, ma resta un contributo affascinante e unico. Un omaggio alla sofferenza dell'Iraq, doveroso da parte italiana, visto che proprio il governo di Roma si era preso la responsabilità della tutela del patrimonio artistico nel periodo di amministrazione internazionale. Una responsabilità pagata, tra l'altro, con la vita del sottotenente dei Carabinieri Enzo Fregosi, capo del nucleo anti-tombaroli, ucciso il 12 novembre 2003 dal camion bomba della strage di Nassiriya. Chiusa nel giugno 2004 l'avventura dell'Amministrazione provvisoria della Coalizione, Cpa, la cultura del Paese è tornata in mani irachene. Ma l'emergenza continua. Ancora oggi a pochi chilometri dalla base militare italiana, in pieno deserto, si cammina su cumuli di cocci di vasi sumeri spaccati, quasi ogni notte, da tombaroli a caccia di statuine e gioielli da rivendere sui mercati internazionali. L'Italia ha provato ad argina re la ferita con le sue forze migliori. Anche la morte nella primavera scorsa dell'ex «ministro» dei Beni Culturali Pietro Cordone, va messa in questo conto. Lo stress dei suoi mesi di governo a Bagdad ha probabilmente accelerato la fine naturale. Cordone era il «ministro» che viaggiava senza scorta per «non mettere a rischio diceva lui la vita di ragazzi troppo giovani per morire». Era il ministro che con il suo arabo raffinato aveva convinto la direttrice del museo di Bagdad a svelare il suo segreto, n mondo tirò un sospiro di sollievo quando Cordone annunciò che il temuto saccheggio dei principali reperti del museo era stato evitato dalla direttrice, la dottoressa Nawal Metwalli, «chiudendo i reperti più importanti in cassette di zinco e poi facendoli murare nel sottosuolo», il ruolo svolto dall'Italia in Iraq, scrive nel suo intervento l'ambasciatore Antonio Armellini, ha «teso al pieno recupero di valori culturali condivisi, senza» essere tentato «da condizionamenti economico-commercia-li». Il libro, con il suo imponente sforzo organizzativo e iconografico, ne è una prova.