MEGLIO metterci una pietra sopra. Anzi, sei metri di terriccio. Che riseppelliranno, a poco più di dieci anni dalla sua scoperta, il villaggio preistorico di Nola, "la Pompei dell'Età del bronzo" come lo chiamano gli storici, ingoiato dall'eruzione irpina del 1860 avanti Cristo. Niente da fare, quindi. Non ci sono soldi per garantirne il mantenimento, secondo la soprintendenza archeologica di Napoli. Ma il sindaco della città dei Gigli, Geremia Biancardi, non ci sta: «Sono pronto anche a legarmi al cancello d'ingresso dello scavo, pur di fermare le ruspe». IL COMUNE di Nola ha convocato ieri un tavolo tecnico con l'assessore regionale ai trasporti Eduardo Cosenza per trovare soluzioni alternative. Che al momento non si vedono all'orizzonte. Per ora, dunque, resta confermata per l'inizio di ottobre la data di avvio dei lavori d'interramento di tutta l'area archeologica, estesa per 4500 metri quadrati. «Ma il Comune non comprende che scegliamo il male minore». In questo modo risponde al sindaco il responsabile per la Soprintendenza nell'agro nolano, Giuseppe Vecchio. Che aggiunge: «Non possiamo sostenere un sito che richiede 1500 euro al giorno di spese ordinarie. Soprattutto alla luce delle ultime calamità che l'hanno colpito». Vecchio allude al crollo di una paratia dello scavo che avvenne nel gennaio 2011 e ne causò l'immediato sequestro da parte della Guardia di Finanza. Non solo. Dal 2007, l'incavo del villaggio è allagato per l'innalzamento di due metri della falda acquifera sottostante, che ha irrimediabilmente danneggiato i resti delle quattro capanne di fango, le uniche al mondo, per quanto riguarda il Neolitico, a conservare ancora intatta la struttura del tetto. A nulla sono servite le due pompe installate, che dragano il fondo alla velocità di 80 litri al secondo. Il progetto di sotterramento, che prevede una spesa stimata attorno ai 70 mila euro, include la messa in sicurezza e la successiva copertura di tutte le strutture, più la creazione in superficie di un "Parco archeologico" con calchi e didascalie delle capanne. Si è invece esclusa l'idea di realizzare sostegni in acciaio: «Non avrebbe senso aggiunge Vecchio poiché si coprirebbe solo un lembo di un'area che a nostro parere conserva intatte almeno 50 capanne e una necropoli. Un tesoro inestimabile che per ora è però preferibile seppellire». Le cause di questa scelta sono legate all'assenza di fondi ordinari di manutenzione da parte del ministero dei Beni culturali. Qui non arrivano dal 2009. Inoltre non ci sono studi aggiornati sulla falda acquifera e sulla pendenza del territorio. L'ultimo è stato avviato, con scarsi risultati, a febbraio 2011 dalla Regione, che è proprietaria del sito (acquistato nel 2001 per 800 mila euro, da privati che stavano per costruirvi un centro commerciale). «Eppure basterebbero due milioni di euro per sistemare tutto», aggiunge Angelo Amato De Serpis, ex presidente dell'associazione culturale Meridies: «Il villaggio di Nola è come se fosse il nostro Colosseo: una risorsa unica dal punto di vista storico e turistico. Ma il ministero preferisce lasciarlo morire». Meridies, tra il 2004 e il 2009, ha aperto l'area una volta alla settimana per visite guidate, accogliendo oltre 40 mila visitatori. Molti gli stranieri, soprattutto tedeschi e giapponesi, che restavano in città anche per visitarne il Museo archeologico, riaperto nel 2008 e che, tra i reperti, conserva anche quelli provenienti dal villaggio, fedelmente ricostruito all'interno delle sale.