Seicentocinquanta opere esposte. Questa l'offerta della Pinacoteca di Brera. Presto con una novità: la ricollocazione del Cristo Morto del Mantegna affidata alla cura di un grande regista. Superando finalmente l'integralismo della «sequenza cronologica»: penalizzante per un'opera che per emozionalità deve stare da sola. Nei depositi interni di Brera giacciono altre sei-centocinquanta opere. Quattrocento, infine, sono ospitate nei cosiddetti depositi cittadini. Quando la Grande Brera decollerà, una riunificazione totale appare, tuttavia, impensabile. Alcune (quelle delle chiese) fanno ormai parte del «corpus» degli edifici. Per altre (uffici), verosimilmente la politica si opporrebbe. Questo patrimonio abbisogna di cure. Il restauro di un quadro costa mediamente 5 mila euro, ogni intervento dura all'incirca sei mesi. Fino a 20 anni fa si usava a protezione delle opere vernice giallastra, oggi ritenuta inadatta. Tutte, insomma, da revisionare. Tradotto: servirebbero investimenti. Che lo Stato al momento non ha. Il ministro Ornaghi ha spiegato che Brera «è ferma da quarant'anni» Per ovviare al problema il governo ha dato il via libera a una Fondazione di diritto privato: partner con uno statuto ad hoc la Fondazione Cariplo e la Camera di commercio. Fondazione si auspica operativa prima delle elezioni del 2013. Dubbio che si coniuga con le riserve di un centinaio di intellettuali: contrari all'autonomia le hanno espresse al presidente della Repubblica. Dibattito infuocato, con Ornaghi a difendere il «modello Biennale di Venezia» ed esperti di marketing a spiegare come una buona gestione finanziaria non sia in conflitto con la valorizzazione del patrimonio culturale. Perché quello del museo come luogo di statica conservazione è un modello superato. E quello della «cultura che non ha prezzo», un logoro slogan. Nel mondo anglosassone uno sponsor investe in cultura incoraggiato da una considerevole defiscalizzazione non già per un utile immediato, ma pensando al numero delle persone coinvolte nell'evento. Il prezzo della cultura è quello dell'organizzazione. Il Fai ad esempio nella sua efficiente struttura ha persino un ufficio crediti e lasciti. Organizzazione significa fare «rete»: custodi, orari, stipendi, direzione servizi, trasporti, didattica, corsi estivi per i bambini. Significa manager e comitato scientifico. E, dolente nota nel settore, anche buona comunicazione. Significa «aprirsi» ai visitatori. Se vorranno vedere la mostra (inizialmente programmata in Brera) su Vermeer, i milanesi dovranno andare a Roma. In definitiva benché la cultura di una pubblica istituzione vada controllata, l'autonomia appare una soluzione adeguata per il rilancio di Brera. Servono 130 milioni di euro: se il patto con i soci privati dovesse fallire, si tornerebbe all'immobilismo. Come ha scritto sul «Corriere» Carlo Bertelli: «Per opporsi occorrono proposte alternative». Senza giri di parole: non pervenute, finora.