Paolo Pisani contesta la ricostruzione di Brogi: «Le mura dell'affresco non sono quelle di Castel del Piano e Arcidosso» CASTEL DEL PIANO Due settimane fa a Castel de Piano è stato presentato un copioso volume dal titolo "Casteldelpiano al tempo del Guidoriccio - Tra storia e memorie dipinte" (edizioni Effigi). L'opera che si avvale degli interventi di studiosi autorevoli come Fiora Bonelli, Roberto Corazzi e Marco Farmeschi, si accentra essenzialmente sullo studio condotto dall'architetto Andrea Brogi attorno alle mura, antiche e moderne, di Castel del Piano e Arcidosso. Un'operazione editoriale e "pseudostorica" che non da tutti è stata apprezzata. «Che si discuta liberamente sulla paternità dell'affresco (Simone Martini si, Simone Martini no) è cosa legittima e auspicabile attacca Renato Pisani, scrittore, appassionato di storia e arte - che si metta in discussione il paesaggio ritratto nella sala del Mappamondo del Palazzo Pubblico di Siena è invece un azzardo e, dal mio punto di vista, lo dico senza offesa per nessuno, operazione che induce al sorriso». Pur tuttavia questa operazione è stata compiuta e Pisani trova opportuno commentarla. «In estrema sintesi spiega - la comparazione geometrico-prospettica tra i castelli dipinti nell'affresco e le attuali planimetrie dei due paesi amiatini, porta Andrea Brogi a concludere che il cosiddetto Battifolle, sulla destra del condottiero a cavallo, altro non è che l'antico Castel del Piano, mentre il castello di fronte, da sempre indicato come Montemassi, quello di Arcidosso. Dati per scontati questi risultati diviene inevitabile, per Andrea Brogi e per Roberto Corazzi, affermare che il famoso affresco di Siena è opera indubbia di Simone Martini, come riportato in un documento del 1331 dal quale risulta che il grande pittore percepì prima otto lire e quindici soldi per visionare i castelli dell'Amiata e successivamente sette fiorini d'oro per dipingerli». Pisani ricorda che - così facendo - si azzerano di fatto le ricerche dei professori Gordon Moran e Michael Mallory, gli studiosi americani che da una vita studiano ed argomentano l'affresco. Non solo. Si ignorano i pronunciamenti di grandi esperti della storia e dell'arte come Federico Zeri,Vittorio Sgarbi, Mario Ascheri, nonché la novità, clamorosa, del ritrovamento dei bozzetti preparatori all'affresco (dichiarati autentici dagli esperti dei musei Vaticani), fatta alcuni anni fa dall'antiquario Giulio Torta di Palermo che data l'esecuzione dei medesimi al 1442 per mano dei pittori fiorentini Domenico e Francesco d'Andrea. Ma soprattutto si dimostra di non aver mai guardato verso le colline, neppure per sbaglio, tornando dal mare, dalla piana del Madonnino, da Ribolla. Uno sguardo che avrebbe tolto ogni dubbio. «Al di là di ogni più autorevole ricerca storico-artistica e di tutte le interpretazioni sul presunto autore quello che non è proprio possibile mettere in discussione è infatti il paesaggio riprodotto nell'affresco; sono ancora parole di Pisani - quel territorio, minuziosamente rappresentato dal pittore, è l'essenza stessa del dipinto, l'inscindibile sopra il quale si è potuto tramandare l'immagine di due castelli e un tratto della storia di una città, gloriosa ed affascinante, come Siena. Quel paesaggio è natura di Maremma, è immagine consacrata e inviolabile di come poteva essere un tempo il castello di Montemassi e il territorio circostante. Non vedere e non studiare questi aspetti pone, a mio avviso, molti interrogativi attorno agli studi e alle conclusioni descritte nel libro». Pisani si sarebbe aspettato altre levate di scudi dalla Maremma, che si alzasse forte la voce: non toccate Montemassi nel Guidoriccio! «La voce di chi ama l'identità del proprio territorio, la storia dell'arte e un minimo di verità». Infine una domanda non affatto banale che Pisani rivolge agli amici dell'Amiata: «Perché nell'affresco che riprodurrebbe l'immagine di Castel del Piano e di Arcidosso qualcuno (non sappiamo bene quando) ha messo in evidenza la data (1328) della presa di Montemassi? Forse che quel mattacchione di pittore e con lui i senesi hanno voluto prendersi gioco di noi maremmani e di voi amiatini?». Una domanda alla quale gli storici dell'arte, ma anche le istituzioni amiatine dovrebbero rispondere senza cedere alle lusinghe di un libro che racconta un'altra storia. Che trasforma la realtà, quella della bellezza di Montemassi, in un'altra realtà seppur bellissima e che lascia ad Arcidosso e a Castel del Piano, il posto che era stato dell'altro paese amiatino. Ci vorrebbe Guidoriccio a risolvere il qui pro quo. Intanto, Pisani, un dubbio legittimo lo ha posto. Il dibattito ora è aperto.