Da case, casette, ville e villette come quelle spernacchiate da don Gonzalo nell'incipit della «Cognizione del dolore» di Gadda. Ma proprio l'esercizio di riuscire a trovare - perché esistono - i segni della storia, del mito, della poesia rendono entusiasmante la scoperta. Siamo sul litorale romano e nel suo immediato entroterra. E la caccia è alle orme del padre di tutti i romani, il mitico Enea. Sbarcò - dice la leggenda che si fa storia - in un punto della spiaggia tra Pomezia e Torvajanica, in quella che ora è nominata Antica Lavinium e che assembla, sulla via di Pratica di Mare, un borgo medievale ad un antiquarium poco visitato, mentre gli scavi - 13 altari del VII secolo avanti Cristo ritrovati nel dopoguerra mentre un tumulo è raccontato come tomba di Enea - sono un'isola in una zona dove spuntano come funghi non solo le villette dileggiate da Gonzalo Pirobutirro ma anche i centri commerciali. Il pio troiano in fuga dai greci trovò belli questi posti, larghe spiagge e dietro duna e macchia mediterranea minacciata però dalla palude che solo la bonifica mussoliniana sconfisse. Decise di stabilirsi qui, ma ecco i Rutuli, che non potevano sopportare l'invasione. Ecco il loro re, il corrusco Turno, discendente - come racconda Virgilio - di Danae. Ed ecco dove abitavano, quella Ardea che mostra ancora fiera la sua rupe tufacea, le mura che dovevano essere inespugnabili, il castello dei Colonna-Sforza Cesarini. È la più antica città latina, Ardea. È il terminale di un territorio millenni fa magmatico. La rupe è l'ultimo avamposto delle eruzioni vulcaniche dei Colli Albani, che con il loro profilo fanno da sfondo al litorale. Da queste alture, dal lago di Nemi specialmente, finivano al mare i corsi d'acqua, come vene nel terreno, solchi profondi. S'incanalavano nel Fosso dell'Incastro, che costeggia Ardea, pericoloso quando lo ingrossa la pioggia. Si chiama Porto Rutulo la foce a imbuto del fiume, sopra ci corre un ponte della litoranea Ostia-Anzio. La spiaggia si è appena svuotata di bambini, vu cumprà, famiglie in gita domenicale sul bagnasciuga. E finita tanta caciara forse potrebbe tornare ad acquattarsi tra le canne l'airone, l'"ardea cinerea", simbolo della città. «Quando tutto fu ridotto in cenere, dalle macerie si alzò in volo un uccello. Il suo grido, la sua magrezza, il suo pallore tutto ricorda la città: il suo nome è Ardea», scrive Ovidio nelle Metamorfosi. E se a Turno Virgilio fa gridare in battaglia «la fortuna aiuta gli audaci», dell'airone nelle Georgiche scrive che dalle acque paludose è capace di alzarsi fino ai luoghi più splendenti e «ardui», inaccessibili, del cielo. Dunque, lasciata la sabbia, superata verso l'interno la litoranea, suggestivi e dimenticati dai più i resti del Castrum Inui, appunto lo sbocco al mare dell'Incastro, l'antico Numicus. Porto Rutulo, scavato dalla Sovrintendenza nel 1998, aveva quattro templi e altari, come ricorda Dionisio di Alicarnasso. E poi moli, magazzini, terme, cisterne, pitture, mosaici. Posti che stregarono nell'Ottocento il poeta-viaggiatore Charles Didier, nel Novecento Giacomo Manzù e Corrado Govoni che vollero vivere qui.