Risultati di una campagna di scavi avviata nel 2009 dalla "Freie Universitat Berlin" e condotta dal prof. De Vincenzo. Ritrovata la «Porta di Castellammare» peppe occhipinti Erice. Le mura di Erice si estendono ben oltre la Porta Spada fino allo sperone roccioso su cui sorge il così detto Quartiere Spagnolo per aprirsi poi con la "ritrovata" "Porta di Castellammare", a picco sulla costa tirrenica, dal porto di Bonagia al monte Cofano. L'importante scoperta è il risultato di una campagna di scavi, avviata nel 2009 dalla "Freie Universitat Berlin" (Libera Università di Berlino) e condotta dal professore Salvatore De Vincenzo in collaborazione con la Soprintendenza ai Beni Culturali, il Comune di Erice ed il Gruppo Archeologico Erykynon diretto da Nicola Savalli. Il professor De Vincenzo ha illustrato, in una conferenza tenuta all'ex Convitto Sales, le varie fasi e la conclusione delle ricerche che hanno interessato l'intera cinta muraria fino a Porta Trapani, cinta che costituisce uno dei lati del triangolo che rinserra al suo interno la cittadina della vetta. Alla campagna di scavi hanno preso parte quaranta studenti dell'Università tedesca a cui si sono aggregati giovani archeologi siciliani. Gli obiettivi del "Progetto di Studio" sono stati di due tipi: cronologico e topografico. Il primo ha individuato le epoche di edificazione che vanno lungo un arco di tempo che mette i brividi. Dall'VIII secolo avanti Cristo, periodo in cui sulla vetta era insediato un villaggio indigeno elimo, fino al XII secolo (periodo normanno), con la determinante fase costruttiva di epoca romana. Ma dove era l'antica Erice? Dove quella città che gli Elimi avevano edificato, unica su una altura, a scopo strategico? Dove questo luogo mitico di cui parlano tutti gli storici dell'antichità? Dove il tempio della dea venerata in tutto il bacino del Mediterraneo? La Astarte fenicia, la greca Afrodite, la latina Venere Ericina? Domande a cui ha cercato di rispondere la ricerca topografica, quanto mai difficile, stante l'esiguità dei dai archeologici. L'unica ipotesi emersa è che l'antica città si trovava su un'area molto più ristretta dell'attuale, con un orientamento differente, proiettata sui versanti di tramontana e di levante, per una estensione di circa quattro ettari. Il prof. De Vincenzo, su uno schermo gigante, ha circoscritto il perimetro dell'antica città, sprofondata nello spazio atemporale del mito che la Scienza cerca di tirare fuori basandosi su congetture. «Perchè l'archeologia non appartiene al novero delle scienze esatte», ha tenuto a precisare il docente, mentre segnava con una sottile linea rossa il confine ritrovato nei pressi del complesso conventuale dei Carmelitani, dove un saggio di scavo, poi ricoperto, ha individuato interessanti reperti. La fissazione del limite estremo della città su quel versante mette in discussione la collocazione dell'area sacra per la "koinon" (comunità) sull'acropoli. Il tempio non sarebbe più da cercare all'interno del Castello chiaramontano, troppo lontano dall'insediamento urbano, ma altrove magari individuando "in negativo" le fondamenta. Se resta fitto il mistero sul famoso tempio legato al culto della fecondità e del mare, meta di pellegrinaggi, molto è emerso dagli scavi lungo le mura. È stata completata la fotogrammetria che sarà pubblicata a breve e attraverso approfondite analisi stratigrafiche si può ora sapere molto di più sulla loro datazione e sulle tecniche costruttive. La datazione più antica accertata è stata basata sul ritrovamento di frammenti di ceramica e sul confronto con costruzioni coeve, quali le mura di Solunto e di Selinunte. Risale al V secolo a. C., nella fase di passaggio dall'ultimo periodo elimo, al primo periodo punico. A quel tempo appartiene la zoccolatura con grandi blocchi irregolari incastrati a secco l'uno con l'altro. Ad una fase intermedia di incerta datazione segue una terza fase, successiva alla conquista romana dopo la vittoria sui Cartaginesi nella Prima Guerra Punica e che si protrae fino al I secolo a. C. La costruzione è sempre a secco ma i blocchi sono più piccoli e squadrati. In questa fase "romana" avviene la elevazione delle torri quadrate anche riutilizzando materiale preesistente e l'apertura delle postierle. Il completamento delle mura, come appaiono oggi, risale al periodo medioevale, al XII secolo, durante il regno dei Normanni, periodo in cui avvenne la "rifilatura" superiore e l'apertura delle porte monumentali di accesso alla città, riconsacrata al culto della religione cattolica apostolica romana. Travolta dalla Storia la città della vetta sembra abbia inscritto nel suo destino l'emigrazione massiccia dei suoi abitanti, dal monte alle rive del mare, alle valli, alle pianure del suo vasto agro. Per primo fu il generale cartaginese Amilcare Barca che nel 260 a. C. evacuò Erice per fondare la città fortificata di Drepanon, popolandola con le famiglie ericine. Da metà Ottocento alla metà del 1900, per tutto un secolo, ancora una volta gli ericini scesero a popolare le contrade di San Vito, Custonaci, Buseto, San Marco, Paparella, fino alla conquista dell'autonomia amministrativa, nel dopoguerra, con la costituzione dei nuovi Comuni. La florida e ricca matrona cinta sul capo da una corona di torri e mura ha assunto l'aspetto di una figura anoressica sottoposta ad una cinquantennale dieta rigorosa ma con i piedi gonfi delle sue frazioni, espanse alle sue falde a dismisura. Erice alla ricerca di una nuova identità che vede impegnati su più fronti i suoi pochi abitanti, il suo sindaco Giacomo Tranchida e l'assessore alla Cultura Laura Montanti, intervenuti alla conferenza. Uno di questi è l'Archeologia che è «scienza non esatta», ma l'unica utile ad accertare l'origine e i veri luoghi del suo mito più volte millenario. 08092012