La giovanile «Fuga in Egitto» arriva dall'Ermitage. Venezia in questi giorni, ha il piacere di ospitare il rientro, ahimé, solo provvisorio, di una grande tela (ca. 214 x 300), opera giovanile di Tiziano, posta dagli studiosi attorno al 1507, il che obbliga a fissargli la data di nascita alquanto lontana da quel 1490 indicato come suo limite estremo in su. Infatti, per quanto potesse essere talento precoce, conviene ritenerlo almeno ventenne allorché ebbe la commissione di una enorme Figa in Egitto dalla famiglia patrizia dei Loredan, dove la vide e lodò il Vasari. Poi la tela, nel 700, venne acquistata da Caterina di Russia, finendo all'Ermitage, che ora l'ha concessa, alla National Gallery di Londra in una prima tappa, accolta in un dossier redatto da un giovane studioso italiano, Antonio Mazzotta, e ora giunta sulla Laguna, sotto la cura di Giuseppe Pavanello. Vista la fondamentale documentazione fornita dal Vasari, l'autenticità del dipinto è indubbia, ma se anche questa non ci fosse, basterebbe a dichiararla la meraviglia di un cielo arioso, ventilato, percorso da nuvole leggere e vaporose. In quel momento, in tutta Europa, solo Giorgione era in grado di fare altrettanto, come è attestato dal suo massimo capolavoro, La tempesta; ospite fisso delle Gallerie dell'Accademia, dove ora viene raggiunto da quel degno erede, si dice infatti che in quello scorcio di decennio Tiziano lasciasse la scuola di Giovanni Bellini, attratto da un maestro ben più decisivo. Per fare onore al capolavoro tizianesco. il curatore lo ha dotato di un adeguato picchetto d'onore, che però vale più a marcare i segni di una differenza radicale piuttosto che le orme di una discendenza, se ovviamente si eccettua la Tempesta. II più lontano di tutti risulta essere Hieronymus Bosch, anche se i due Trittici messi a confronto con l'impetuosa e scalpitante presenza tizianesca appartengo al patrimonio fisso dell'Accademia. Ma il linguaggio di Bosch riporta indietro nel tempo, con visioni cupe, di un'umanità agonizzante, inseguita e quasi crocifissa da lumini fantomatici, spiritati. Per trovare confronti in casa nostra si dovrebbe andare ai Ferraresi, o a un Botticelli pentito e vittima della austerity imposta dal Savonarola. Ben diverso invece il discorso da fare per Albrecht Dürer, qui presente con una incisione raffigurante proprio il tema della Fuga in Egitto, trattato con grande sapienza di linee, maestose, ben proporzionate, ma taglienti. sferzanti, tracciate in totale assenza di qualsivoglia succo atmosferico. Invece, quasi a sfida, Tiziano, da scolaretto indisciplinato, riduce la Sacra Famiglia, la fa piccola piccola proprio per lasciare il massimo spazio a una prateria fresca, rugiadosa, dove gli animali, domestici o selvaggi, se ne stanno al pascolo ad assorbire i raggi di un provvido solicello. Insomma, il dipinto presenta una inversione di strategia, rispetto alla marcia del grande Tedesco: quest'ultimo dà la precedenza alle figure umane, perché teme gli spazi aperti del paesaggio. Il Cadorino, invece, le riduce, si vedano i mini-gruppi disposti in lontananza, perché è interessato in primis al grande concerto naturale-atmosferico, che deve dominare la composizione. La maniera moderna: anche se ci si porta a considerare gli altri Veneziani qui convocati, certamente essi risultano ben più attenti agli umori dell'aria e dello sfondo, ma i protagonisti umani dominano la ribalta e non hanno alcuna intenzione di abdicare. Ciò vale anche per il primo maestro di Tiziano, il Bellini, qui presente con una maestosa Allegoria sacra proveniente dagli Uffizi. Ma in testa a tutto si ergono gli esseri umani, a gara con elementi architettonici altrettanto saldi e robusti; poi vengono delle quinte ancora dominate da rocce contorte e aguzze, e solo in terzo luogo fa capolino un cielo abbastanza aperto e leggero. Lo stesso discorso vale anche per un Cima da Conegliano, un S. Girolamo costruito secondo la medesima sequenza, anche se già il cielo si gonfia di nuvole, ma alquanto dure e contorte, il che va ripetuto per lo stesso tenta trattato da Lorenzo Lotto, il terzo grande sulla scena veneziana dei primi del 500, ma tradito dall'essersi posto all'insegna di Dürer, in aspra contrapposizione rispetto a Giorgione, da dissidente, punito e allontanato dal gusto destinato a dominare l'orizzonte della Serenissima, pronta a scommettere su Giorgione-Tiziano, ovvero a favore, per dirla ancora col Vasari, di una «maniera moderna» destinata a vincere nei secoli seguenti.