I monumenti, e in generale il patrimonio artistico di Roma e del Lazio (non solo la Fontana di Trevi, o le Mura Aure-liane) hanno bisogno di cure urgenti e restauro - sarebbe folle non occuparsene, lo dicono tutti, dal momento che costituiscono una vera e propria reale e potenziale ricchezza - e, certo, l'ipotesi di ricorrere ai fondi europei, come su queste stesse colonne ha suggerito Paolo Conti, nonché al ministero dei Beni culturali, prima di ogni altra iniziativa (come ha ribadito, sempre sul Corriere, il sindaco Alemanno) dovrebbe essere considerata come la strada maestra. Ma, appunto: dovrebbe. Perché in entrambi gli interventi citati, giustamente, non si è poi mancato di far notare come, sia le casse del Comune che quelle del Ministero, languono parecchio. Dunque, che fare, mentre le pietre si corrodono, i tetti e le mura stanno per crollare o addirittura crollano? Mettersi mestamente in fila, dopo aver aperto pratiche burocratiche che possono durare anni (quando va bene), e soltanto attendere in attesa che piovano questi improbabili (e pochi) quattrini dal cielo, oppure aggirare completamente l'ostacolo (non trascurarlo: aggirarlo, dopo aver aperto le pratiche) e muoversi intanto nell'ambito assai più concreto ed efficace delle sponsorizzazioni da parte di aziende private che abbiano interesse a veder il proprio nome legato alla salvaguardia di opere d'arte o luoghi storici famosi, e vendibili: sì, vendibili come immagine, in tutto il mondo? Si sentono spesso, in vari ambienti, fare discordi allarmatissimi, e sdegnosi, sulla pubblicità che verrebbero a guadagnare dei privati profittando delle bellezze (se ancora rimangono tali) dello Stato: cioè che appartengono alla nazione. Discorsi nobili, tuttavia completamente fuori del tempo. Qual è lo scandalo, o l'obbrobrio, nascosto in questo legame? Ed è un legame così perverso? A Salisburgo, il più importante festival musicale contemporaneo, se vai una sera ad ascoltare la Carmen o La bohème, sopra il palcoscenico della Grosses Festpielhaus, gremita in ogni ordine di posti, vedi una bella scritta luminosa in cui la direzione del festival ti ricorda che la serata è offerta da una famosa marca di orologi, da una altrettanto famosa fabbrica di cioccolatini, da una notissima casa automobilistica tedesca e da una banca svizzera. I biglietti, a Salisburgo, costano molto cari. Ma, evidentemente, non bastano a coprire le spese di uno spettacolo che quasi sempre è di straordinario livello. Allora: quale sarebbe l'offesa? Sopra ci sono gli orologi, le macchine e i cioccolatini, ma sotto ci sono i Wiener Philarmoniker e il nostro Daniele Gatti o sir Simon Rattle. E va benissimo. Del resto è sempre stato così: l'arte ha avuto bisogno, sempre, di mecenati e committenti, è inutile negarlo. Una volta erano dei meravigliosi cardinali amanti del bello, o dei papi interessati alla propria celebrazione terrena, o dei principi illuminati e ricchissimi desiderosi di abitare in palazzi nei quali splendessero le lucidi Tiziano o di Caravaggio. Ma ora, costoro, dove stanno? Da nessuna parte. Dunque: meglio chiedere soldi a sconosciuti miliardari cinesi che in qualche modo (lecito, certo, e di buon gusto) potranno far sapere di essere benefattori, piuttosto che aspettare (sempre di soldi parliamo) quelli che difficilmente verranno.
Come salvare le opere d'arte
I monumenti di Roma e del Lazio, come la Fontana di Trevi e le Mura Aureliane, hanno bisogno di cure urgenti e restauro. Il ministero dei Beni culturali e il Comune di Roma hanno bisogno di fondi per questo scopo, ma le loro casse sono inesauribili. Pertanto, si suggerisce di rivolgersi a sponsorizzazioni private, come quelle delle aziende che hanno interesse a legare il proprio nome alla salvaguardia di opere d'arte e luoghi storici famosi. Alcuni critici sostengono che questo legame sia perverso, ma altri sostengono che l'arte ha sempre avuto bisogno di mecenati e committenti.
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