L'intervento del professor Piero Pierotti, Presidente di ArtWatch Italia, sulla delibera del Consiglio d'Amministrazione dell'ateneo, passata nel totale silenzio del mondo accademico e cittadino, con cui si "amplia ad altri possibili destinazioni urbanistiche e utilizzi l'edificio per incrementarne il valore di mercato e rendere più agevole il reperimento delle risorse finanziarie per la realizzazione delle opere universitarie a Cisanello" Il 16 dicembre 2011, con una delibera agghiacciante, il consiglio di amministrazione del più importante ente culturale pisano decideva di correggere una propria precedente deliberazione. Stabiliva cioè che la Scuola Medica non doveva essere destinata "esclusivamente a scopi culturali di pubblico interesse", come deciso il 23 novembre 2004, ma "anche ad altre possibili destinazioni urbanistiche, comunque compatibili con le caratteristiche storiche ed architettoniche dell'immobile". La motivazione era la seguente: "ampliare i possibili utilizzi dell'edificio e, quindi, incrementarne il valore di mercato e rendere più agevole il reperimento delle risorse finanziarie per la realizzazione delle opere universitarie a Cisanello". Quali fossero i nuovi possibili utilizzi dell'edificio non era detto. La richiesta di compatibilità "con le caratteristiche storiche e architettoniche dell'immobile" era pleonastica perché la Scuola Medica è notificata. Lo stesso progetto Chipperfield, pur così permissivo in fatto di nuove edificazioni e anzi concepito in funzione di quelle, non aveva potuto trovarle altra destinazione che quella museale. L'Università, avendo sentito il Comune e l'AOUP e avendone ottenuto parere favorevole, ne proponeva invece una destinazione diversa, che la rendesse alienabile. Diamo pure per certo che almeno la grande aula a emiciclo si conservi intatta: delle collezioni anatomiche, dei busti marmorei dei grandi saggi della medicina, delle tavole di Paolo Mascagni, di tutto quanto nel frattempo lì si è raccolto per offrire memoria della scienza medica a Pisa, che cosa accadrebbe? Nella imperturbabilità burocratica della delibera (nessuno contrario) ciò non interessava. A distanza di mesi la delibera n. 39011 - passata stranamente inosservata - torna di attualità perché, come riferito in commissione dall'assessore Cerri, Il Comune intende stringere il nodo sulla ristrutturazione dell'area del Santa Chiara e assumere il relativo provvedimento esecutivo, che al momento non c'è. Il quadro economico però nel frattempo si è notevolmente modificato e le condizioni operative non sono più le stesse di qualche anno fa. Come non tenerne conto? Sul piano culturale la delibera del Consiglio di amministrazione dell'Università si commenta da sola. Evitiamo pure di infierire. La domanda è più generale: esistono ancora condizioni di mercato tali da rendere possibili alienazioni e permute in funzione del recupero di almeno un centinaio di milioni da destinare al nuovo ospedale? Il meccanismo finanziario su cui si vorrebbe continuare a far conto è il seguente: io, Università, cedo la mia clinica in condizioni di efficienza a un privato, il quale però non sa che farsene di una clinica in piena efficienza e la deve integralmente ristrutturare per costruire abitazioni o altro. Il privato mi valuta la clinica a un prezzo tale da consentirmi di costruire ex novo un'altra clinica in piena efficienza, e magari ancor più efficiente di prima. Il medesimo privato mi anticipa l'intera cifra e attende che io abbia costruito la clinica nuova. Infine, quando ho liberato la vecchia, ristruttura e vende. Il privato deve dunque conseguire nell'operazione un realizzo finale che comprenda i costi di costruzione della nuova clinica e di ristrutturazione del vecchio immobile, più gli interessi sull'immobilizzo di capitale e l'ovvio margine d'impresa. Ebbene, sta sotto gli occhi di tutti che quel meccanismo, su cui si basava l'intera operazione FontanelliChipperfield, presupponeva il formarsi di plusvalenze che oggi non esistono più e che solo illusivamente si può vagheggiare che tornino a esistere. Ristagnano infatti le vendite ordinarie - ossia legate a un aumento molto ipotetico della popolazione residente di reddito medio alto - soprattutto per la difficoltà di ottenere mutui casa. Una grande banca italo francese li sta rifiutando del tutto. Più in generale, nessuna banca è disposta a garantirsi su un immobile che sta perdendo valore invece di rivalutarsi e che anzi promette di finire sul mercato dell'invenduto in caso d'insolvenza. Le fideiussioni dei genitori sono inflazionate, quelle dei nonni non sono accettate. Perciò, per ottenere il mutuo su un appartamento nuovo, una giovane coppia deve offrire la garanzia di due stipendi fissi e forse non basta neppure quella. Con la situazione occupazionale che abbiamo, stiamo parlando di mosche bianche. I capitali d'investimento sono spariti. Non solo il mattone perde valore ma, con i balzelli che l'hanno colpito recentemente, ha costi di possesso superiori all'eventuale (molto eventuale) margine di profitto. Hanno preso altre vie anche i capitali delle mafie internazionali, principali responsabili dello sboom edilizio. Forse ha avuto un peso la tracciabilità dell'investimento immobiliare. Soprattutto però - se ne discute da almeno due anni nella commissione parlamentare d'inchiesta sulle mafie - il mafioso senza coppola trova più speditivo infiltrarsi nel management dei grandi istituti finanziari per tirarci i soldi fuori dalle tasche direttamente, magari a colpi di spread. L'Europa - non solo l'Italia - si è riempita nel frattempo di offerte al ribasso dell'immobiliare invenduto e di scheletri cementizi d'invendibile. Localmente la situazione è ancora più pesante. Una politica urbanistica, che è eufemistico definire dissennata, ha inflazionato l'edificato nuovo. Si è partiti dall'idea, non proprio realistica, che per aumentare la popolazione nel comune fosse sufficiente costruire nuovi alloggi e si sono allargate a dismisura le maglie delle nuove concessioni. Il sindaco in carica, per certe sue sortite promozionali, si è sentito accusare di collateralismo immobiliare. Può darsi, ma probabilmente la questione va letta alla rovescia. Inflazionando l'offerta del nuovo, le ultime due giunte hanno finito per mettere in imbarazzo anche le cooperative amiche. Investendo esageratamente sul mattone ("quando il mattone va tutto va": ma non era il motto francese caro a Berlusconi?) hanno alla fine paralizzato lo sviluppo della città. Non si possono risolvere al meglio problemi di emergenza, come quello della biblioteca Universitaria, perché la caserma Artale, che sarebbe disponibile lì a due passi, è inserita in un piano tabù. Eppure non sarebbe demeritevole per nessuno rimettersi in discussione, perché il quadro di crisi internazionale che stiamo vivendo non è certo imputabile agli amministratori pisani. Torniamo dunque alla delibera natalizia dell'Università e vediamo perché essa è due volte in controtendenza. Dell'impossibilità di attuare (oggi e in prospettiva) il congegno finanziario FontanelliChipperfield già si è detto. Si deve invece aggiungere un dato positivo. Ciò che continua a offrire valore aggiunto è l'economia della Piazza. Qui la crisi non si sente perché i turisti che non arrivano dalle aree in difficoltà sono sostituiti da quelli delle aree emergenti. Ciò comporta - ad alcuni potrà sembrare un paradosso ma la realtà oggi è questa - che un progetto culturale facente capo alla Piazza può attrarre più investimenti di qualunque soluzione immobiliarista. Partiamo da un esempio. Il piano Chipperfield proponeva di privatizzare il 45 del verde pubblico dell'area ospedaliera. E' un verde prezioso, molto vivibile, con essenze rare e alberi secolari. Proviamo a rovesciare il concetto. Abbattiamo i muri, togliamo al complesso quest'aria da ospedale che in effetti non avrebbe, rendiamo il verde contiguo alla Piazza, e fruibile da quella senza intromettervi costosi porticati neopiacentiniani. Un albergo nella clinica chirurgica? Perché no. Le bancarelle all'interno? Perché no. Le bancarelle sono allegre, fanno colore e producono reddito. Molto più fastidioso è lo sportello di quella banca lombarda che impedisce di visitare la parte più antica dell'ospedale di papa Alessandro, dal quale è stata invece espulsa la farmacia, che vi aveva la sua sede naturale. L'orto botanico. Mi si deve spiegare, soggettivamente, perché mi sento attratto dall'orto botanico di Madrid e respinto da quello pisano. Sarà colpa di quel muro di clausura che lo rende estraneo alla città e interrompe la continuità col verde dell'ospedale? (ma, per favore, non si ricorra ancora alla motivazione del microclima: quante e quali sono le essenze dell'orto botanico che hanno veramente bisogno di quel muro?). Questi sono solo esempi, spunti di riflessione per un cambiamento. Il progetto culturale però può essere di maggiore impegno. Gli spazi del Santa Chiara si prestano a essere impegnati per mettere finalmente in rete, tra loro e con la Piazza, tutti i musei pisani (si può fare, senza spostare fisicamente le opere, ma il discorso è troppo complesso per compendiarlo qui), e intorno a questi spazi raccogliere altre attività economiche connesse con le caratteristiche della Piazza. Occorrerebbe però creare un tavolo di lavoro, cui chiamare gli amministratori, ovviamente l'Opera della Primaziale e la Soprintendenza in primo luogo. Magari rimuovere qualche pigrizia, svestirsi di qualche conformismo. Ci vogliamo provare? Presidente di ArtWatch Italia