A Venezia, come nel resto d'Italia, si è diffusa la convinzione che un territorio possa tranquillamente rinunciare a funzioni strettamente produttive o industriali, che un'economia sana ed equilibrata non necessariamente debba mantenere al proprio interno settori «pesanti» ma possa armonicamente sostenersi con attività eleggere», innovative, pulite. Da studiosi del territorio, dell'economia turistica e culturale dovremmo esserne felici. Invece la cosa ci preoccupa e non poco: la storia recente ci ha insegnato che una base produttiva sofisticata nella tecnologia, avanzata nel know-how, dovrebbe non solo essere mantenuta ma addirittura incentivata all'interno dei nostri sistemi economici nazionali, regionali o locali. Non esiste un'economia stabile e bilanciata se priva di una sviluppata base produttiva, pre-condizione alla crescita anche degli altri settori. Ciò non vuol dire che ogni territorio debba necessariamente ospitare siti o aree industriali, ma non vuole neanche dire che si debba favorire la dismissione di qualsiasi insediamento produttivo a favore di riconversioni che, poiché onerose, o sono pagate con fondi pubblici o sono appannaggio di speculazioni edilizie. Laddove esista già un'area destinata ad industria e nelle immediate vicinanze, non è pensabile che le amministrazioni locali autorizzino, o ancor peggio, favoriscano la costruzione di abitazioni, incoraggiando processi di speculazione immobiliare, più orientati al ritorno di breve periodo che al mantenimento di posti di lavoro, peraltro il principale agente moti-vatore per l'attrazione di nuova residenza. 11 copione si ripete tale quale un po' in tutta Italia, con leggere variazioni sul tema a seconda della località: a Venezia, coerentemente con la visibilità internazionale della città, il tutto si è tradotto in un faraonico progetto di sviluppo verticale, pagato con fondi interamente privati, scelto in quanto economicamente sostenibile, dimenticando i molteplici progetti di sviluppo orizzontale (sostenibili socialmente) del water-front di Marghera, certamente di più difficile realizzazione ma con maggiori e migliori ricadute per la città, i suoi abitanti ed il paesaggio della laguna di Venezia. Sotto il profilo economico il tutto non avrebbe alcunché di ineccepibile se non fosse che il luogo scelto per la realizzazione del Palais Lumière di Cardin è a ridosso di uno dei siti industriali più problematici d'Europa: Porto Marghera. Certamente l'area va interamente bonificata e le sue produzioni riconvertite a destinazioni molto meno inquinanti. Certamente in uno scenario maggiormente allargato - la provincia, la regione, la nuova città metropolitana, l'intera nazione - Venezia può e deve assumere un ruolo specialistico nella produzione turistica e culturale, anche se, è opportuno precisarlo, specializzazione non vuol dire monocultura e soprattutto tale processo non deve avvenire a discapito degli altri settori, fagocitati all'interno di una rendita di posizione ormai anacronistica e incancrenita. Certamente si tratti di uno dei pochi modi attraverso il quale possa finalmente iniziare la rinascita di un'area che oggi è industriale, mala domanda tuttavia resta sempre la stessa: al di là dell'impatto economico immediato dovuto alla costruzione del grattacielo (funzione economica di per sé volatile e ininfluente nel lungo periodo), alla comunità locale che benefici porta e, soprattutto, cosa sottrae?
VENEZIA - Torre Cardin a Marghera. Quali benefici per i veneziani?
A Venezia, come in Italia, si diffonde l'idea che un territorio possa rinunciare a funzioni industriali e mantenere un'economia sana con attività eleganti e innovative. Tuttavia, la storia recente ci insegna che una base produttiva avanzata è necessaria per una economia stabile. Non si tratta di favorire l'industria in ogni territorio, ma di mantenere una base produttiva per la crescita degli altri settori. L'area di Porto Marghera, a ridosso del nuovo Palais Lumière di Cardin, è un esempio di come la speculazione immobiliare possa essere dannosa per la comunità locale. La città di Venezia può specializzarsi nella produzione turistica e culturale, ma non a discapito degli altri settori.
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