POLEMICHE Circa cinquanta restauratori romani hanno denunciato il Comune di Roma per aver aggirato le leggi che regolano gli appalti di restauro pur di affidare i lavori al solo consorzio Zètema, per il quale fra l'altro è stato presentato di recente un progetto di municipalizzazione. Il consorzio, costituito nel 1998 da un gruppo di imprenditori vicini alla sinistra come una società di servizi legata alla cultura, diventa presto, dopo l'accordo siglato da Rutelli nel 2000, il destinatario di tutte le risorse comunali dedicate al restauro. Il Tar del Lazio dovrà ora pronunciarsi sull'effettiva legittimità degli appalti sottratti alla concorrenza pubblica, ma in attesa di questo giudizio il conflitto è lacerante. I restauratori che hanno denunciato al Tar l'amministrazione capitolina costituiscono l'ultima generazione di allievi di Giovanni Urbani licenziata dall'Istituto Centrale di Roma, una generazione che ha dimostrato con le sue iniziative di considerare il restauro come un progetto «etico» di salvaguardia dei beni culturali e si è battuta negli ultimi venti anni per ottenere leggi che favorissero questo progetto. Non per caso, nel 1995 fu il Comune di Roma a ospitare una delle iniziative più clamorose organizzate a tutela del nostro patrimonio culturale dai restauratori, il Concerto per il restauro tenuto da Giuseppe Sinopoli. In seguito però le strade della politica si sono allontanate dagli obiettivi perseguiti dai restauratori: il governo Veltroni e poi Melandri dei Beni culturali non ha fatto altro che spingere in una direzione funzionalista la normativa sui beni culturali senza coglierne la specificità. Nel restauro la relazione tra operatore e opera d'arte diventa possibile grazie a una eccellente preparazione, una innata sensibilità e una solida esperienza. Le modifiche apportate dalla sinistra al settore invece non presuppongono questi criteri e discendono da una idea della società in cui quello che conta è la controllabilità non della qualità ma delle procedure amministrative. Nella organizzazione ministeriale questo ha significato la riduzione delle soprintendenze a uffici meramente amministrativi sempre più sovrapponibili nelle loro funzioni agli enti locali con la riduzione di quelli che Spadolini definiva «tecnici di eccellenza» a impiegati di nessuna competenza effettiva. In sede di gestione del restauro questo ha portato alla sua equiparazione alle attività di carattere edilizio, prescindendo completamente dalla qualità di chi opera il lavoro, qualità considerata tanto irrilevante da privilegiare un carrozzone clientelare alla sapienza delle piccole imprese specialistiche con cui contrattare ogni volta le caratteristiche dell'intervento. Questa scelta comporta anche un aggravio dei costi di restauro per l'amministrazione che cede a Zètema la valutazione dei costi da applicare agli interventi. Così le piccole imprese muoiono per mancanza di fondi sostituite da una entità politico-imprenditoriale che non si assoggetta né al controllo qualitativo né alla concorrenza economica. Esportato su scala nazionale, il modello Rutelli equivale a trasformare la ricchezza creativa di una professione delicatissima, in una procedura svuotata di contenuto culturale e professionale ma vantaggiosa per quell'impresa capace eventualmente di restituire il suo appoggio alla politica in termini di sostegno economico.