FAIDE di camorra e mari inquinati a parte, di un evento egualmente negativo abbiamo letto sotto il sole e continuiamo a leggere alle prime piogge: la ricchissima, ma mai catalogata biblioteca di Gerardo Marotta, fondatore e patron dell'Istituto Italiano di Studi Filosofici prende la via di Casoria, stipata in una serie di scatoloni preventivamente mostrati a fotografi e giornalisti. Il perché è semplice: mancano i soldi per pagare l'affitto dei 14 appartamenti deposito dove erano conservati. Il consueto listone di intellettuali ha prontamente condiviso sdegno e protesta, ancor più enfatizzando i consueti lamenti sulla cultura negletta e pezzente, ripudiata dai pubblici poteri. E l'eco non si spegne, malgrado il ministro in persona abbia promesso interventi, né il tenace garante del portone sbarrato di Palazzo Serra di Cassano smette di colpevolizzare la «Napoli controrivoluzionaria» che dalla repressione del '99 dura ancora. Ma qualche voce fuori del coro è comparsa, pur se timidamente e da fogli lontani. Alberto La Volpe, giornalista di punta della Rai, poi deputato e sottosegretario ai Beni Culturali nel primo governo Prodi, segnala come fosse cronico nell'Istituto il disordine amministrativo da cui ha origine il problema presente, la morosità e l'ingiunzione di sfratto. L'ex sottosegretario ricorda i suoi interventi presso Marotta perché si desse una regolata e mettesse ordine nei bilanci, smettendo di spendere fior di quattrini per comprare effimere pagine di giornali per dare visibilità all'attività dell'Istituto. E ricordando che la Sovrintendenza libraria, che ne aveva avuto incarico, non sia riuscita a schedare e catalogare il fondo marottiano, avendo trovato nella specie la gelosia tipica del bibliofilo elevata a potenza. Nella situazione attuale, La Volpe propone addirittura il commissariamento dell'Istituto, previo doverosa nomina del suo fondatore a presidente onorario. Sullo stesso fronte Nerio Nesi, già a capo del Comitato esecutivo dell'Istituto, testimonia di essersi dimesso dopo un anno dall'incarico, in seguito all'impossibilità «di mettere ordine nella pressoché inesistente organizzazione amministrativa dell'Istituto ». Non faccio parte del listone di intellettuali sopra citato e non mi schiero. Ma vorrei che l'atmosfera fahrenheit di questa storia fosse temperata da un po' d'ironia. La figura di Gerardo Marotta ha un modello antico vissuto nella Napoli settecentesca dell'illuminismo, un avvocato principe e celebre erudito, conservatore in esclusiva della cultura classica e fondatore dell'Arcadia partenopea, Saverio Mattei. Era tra i cittadini più rispettati della capitale, eppure due teatranti di livello, Ferdinando Galiani e Giovanbattista Lorenzi, lo misero in berlina al centro di una commedia "Socrate immaginario" rappresentata in prosa e poi musicata da Giovanni Paisiello, che riscosse così tanto successo, che dal Teatro Nuovo passò a corte perché anche il re voleva riderne. Nelle riprese moderne il ruolo del protagonista, don Tammaro Promontorio, un napoletano invasato della cultura greca, fu di Nino Taranto in prosa e di Italo Tajo in musica. Il suo monologo di presentazione recita così: "Sa chi sa, se sa, chi sa che se sa, non sa, se sa chi sol sa che nulla sane sa più di chi ne sa!". Gerardo non è Saverio, la nostra epoca non è illuminista, ma la caricatura cadrebbe giusta anche per lui.
NAPOLI - L'ironia e i bilanci in ordine
La biblioteca di Gerardo Marotta, fondatore dell'Istituto Italiano di Studi Filosofici, è stata trovata stipata in scatoloni in un deposito a Casoria. La biblioteca è stata messa in vendita a causa della mancanza di fondi per pagare l'affitto. Il ministro ha promesso interventi, ma la situazione non è ancora risolta. Alcuni intellettuali hanno condannato la decisione, affermando che la cultura è stata negletta e pezzentata. Un giornalista, Alberto La Volpe, ha ricordato che il disordine amministrativo all'interno dell'Istituto era cronico e che Marotta aveva speso denaro per comprare giornali per promuovere l'istituto.
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