NAPOLI Stavolta è la sua più nota e ostentata passione da bibliofilo, e non le sue frequentazioni con faccendieri o personaggi mafiosi, a trascinarlo in Procura. Il senatore Marcello Dell'Utri è stato convocato, dai pubblici ministeri napoletani, nell'ambito dell'inchiesta sulla "spoliazione" della Biblioteca dei Girolamini. Ma lui si è presentato, ha fatto scena muta e ha salutato. Resta il mistero. Il senatore custodisce qualche conoscenza nella vicenda dei testi rari al centro di un traffico milionario in mezzo mondo? Sapeva ciò che avveniva in una delle più antiche biblioteche d'Europa, guidata proprio da un suo fedelissimo consigliere? Sotto accusa, il saccheggio di oltre 2.200 volumi, molti dei quali preziosissimi e ormai dati per spacciati all'estero presso case d'asta o in raffinate collezioni private: uno choc per il mondo della cultura, non a caso raccontato sui giornali di tutto il mondo e per il quale è tuttora detenuto in carcere, con l'accusa di peculato, Marino Massimo De Caro, direttore della monumentale struttura dei Girolamini fino al momento dell'arresto del 23 maggio scorso, oltreché consulente ed alter ego bibliofilo del senatore Pdl. Dell'Utri a Napoli non è arrivato come semplice testimone. Ha chiesto solo di scegliere un'ora appartata, ma il suo interrogatorio si è chiuso dopo pochi minuti. Dinanzi ai pubblici ministeri Michele Fini e Antonella Serio, coordinati dal procuratore aggiunto Giovanni Melillo, si è avvalso infatti «della facoltà di non rispondere ». Facoltà concessa solo agli indagati e alle persone indagate «in un procedimento connesso». Accanto a lui, ovviamente, i suoi avvocati storici, Pietro Federico e Giuseppe Di Peri, con il collega napoletano Massimo Krogh. Sulla sua posizione è mantenuto il più stretto riserbo, non è escluso che il nome del senatore sia comunque stato iscritto nel registro degli indagati. Con l'ipotesi di ricettazione o di concorso nei reati contestati a De Caro. Interpellato, uno dei suoi avvocati precisa: «La pubblica accusa faccia il suo lavoro fino in fondo, noi attenderemo gli esiti. E se e quando ci sarà una conclusione che ci riguardi in questa indagine, come sempre abbiamo fatto, risponderemo ai giudici». Una coppia sotto osservazione da tempo, visto che Dell'Utri De Caro risultano indagati già dalla Procura di Firenze con l'ipotesi di corruzione, legata alla realizzazione di uno degli impianti solari tra i più grandi d'Europa, a Gela, valore cento milioni, tra fondi privati e finanziamenti agevolati. E tra le numerose intercettazioni in mano agli inquirenti di Firenze risulta che spesso De Caro parlava dei "suoi" libri. Lo stesso De Caro non ha nascosto che tra lui e Dell'Utri ci fu un passaggio di circa 600mila euro, che il senatore avrebbe ricevuto solo per aver ceduto «un libro rarissimo con lettera inedita di Colombo a Isabella d'Aragona». Nelle stesse telefonate, De Caro minacciava, quando ancora si riteneva libero di operare e coperto dal potente sponsor politico, pesanti azioni giudiziarie contro gli intellettuali che, in una petizione, osavano chieder conto della singolare gestione della monumentale Biblioteca. Ma ora, a Napoli, Dell'Utri era chiamato a rispondere su altro: il patrimonio dei Girolamini irrimediabilmente compromesso. Le sue incursioni di bibliofilo ne hanno mai incrociato qualche frammento? I pm di Napoli indagano a tutto tondo sulle relazioni di De Caro. L'ex direttore intanto, dal carcere, sta rispondendo a tutte le domande e avrebbe cominciato a collaborare. Proprio in virtù della potente sponsorizzazione di Dell'Utri, De Caro era diventato nonostante qualche ambiguo precedente, un'inchiesta per ricettazione da cui era stato poi prosciolto consulente dell'ex ministro Galan e direttore dei Girolamini, poi confermato dal ministro Lorenzo Ornaghi.