Torna alla luce a Monaco il mitico testo sull'artista: l'autore era fuggito da Hitler Il Michelangelo di Panofsky ritrovato nella cassaforte nazista Un allievo l'aveva fatto sparire in una sede del Terzo Reich Da decenni erano in molti a rammaricarsi per la sua scomparsa, a tentare di ricostruirne il contenuto. Ma è stato uno strano scherzo del destino il fatto che il saggio su Michelangelo del grande storico dell'arte Erwin Panofsky, fuggito dalla Germania nel 1934, fosse nascosto in un armadio blindato, usato a suo tempo per conservare documenti degli iscritti al partito nazista. E lì è rimasto, nelle cantine del Zentralinstitut für Kunstgeschichte, a Monaco, fino a quando recentemente qualcuno non lo ha trovato, quasi per caso. Il destino, però, è fatto anche dagli uomini, dalle loro silenziose ambizioni, dai loro comportamenti segreti. Come è avvenuto in questa occasione, perché il responsabile della sparizione, o meglio del furto, è stato quasi sicuramente un altro studioso, Ludwig Heinrich Heydenreich, che di Panofsky fu allievo e successore in quella Università di Amburgo dal quale l'autore di Rinascimento e rinascenze nell'arte occidentale fu allontanato nel 1933 per le sue origini ebraiche. Heidenreich è stato il direttore da11946 al 1970 dell'istituto di Monaco, un palazzo non lontano da Königsplatz, prima sede del partito di Hitler, poi utilizzato dal governo militare statunitense per la restituzione delle opere trafugate durante gli anni hitleriani. «Una scoperta sensazionale», dicono gli esperti. «Sono emozionata. Ma non so ancora se sogno o sono sveglia», è stata la prima reazione di Gerda Panofsky, seconda moglie dello storico dell'arte, che più di tutti non si è mai arresa alla sparizione del manoscritto. Oggi, a mente fredda, sottolinea però che « al danno si è aggiunta la beffa». Nel 1992, in occasione del centesimo anniversario della nascita dell'autore di Studi di iconologia, uno studioso tedesco, Horst Bredekamp, aveva cercato di ricostruire i temi principali del saggio andato perduto. Una fatica che è stata premiata, venti anni dopo. «Si colma un grande vuoto nella storia degli studi sull'arte in Europa», ha sostenuto Wolfgang Augustyn, vice direttore del Zentralinstitut für Kunstgeschichte. La dissertazione di Panofsky per l'abilitazione alla cattedra dell'Università di Amburgo, nel 1926, sarà sicuramente un testo fondamentale per completare la conoscenza di un intellettuale tra i più prestigiosi del secolo scorso, che ha dedicato a Michelangelo altre pagine importanti, tra cui quelle dedicate al suo rapporto con il movimento neoplatonico. E, naturalmente, per gli studi complessivi sul protagonista del Rinascimento italiano. Ma, al di là di questo, la vicenda, raccontata per prima dalla Frankfurter Allgemeine Zeitung, ha tutti i risvolti di un romanzo senza soluzioni certe, in cui le tragedie degli anni centrali del Novecento si intrecciano con il percorso umano dei suoi protagonisti. E Heydenreich, morto nel 1978, dieci anni dopo il suo «rivale», ha portato via con sé buona parte dei misteri di questa trama degna del Carteggio Aspern di Henry James. Il manoscritto non fu mai pubblicato negli anni precedenti alla partenza per gli Stati Uniti, dove Panofsky insegnò prima a New York e poi a Princeton. Per lungo tempo si pensò che le 334 pagine fossero andate distrutte nei bombardamenti di Amburgo del 1943-1944. Secondo altre testimonianze, il suo autore lo aveva diviso in alcune parti, da utilizzare come una serie di saggi, che per circostanze non chiare andarono perdute. E nella città del nord della Germania si sono dirette per anni le ricerche. Ma la realtà era un'altra. Con tutta probabilità è stato Heydenreich a entrarne in possesso. Lo ha custodito per anni e lo ha poi abbandonato, insieme ad altre carte, nella cassaforte dei sotterranei dell'istituto. Non facendone mai parola con nessuno, né tantomeno con lo stesso Panofsky nelle varie occasioni in cui i due si incontrarono. Un silenzio terribile.