Quanti sono i musei chiusi, in Italia? Ci sono quelli chiusi perché sono nati male (il Madre di Napoli, creatura del clientelismo bassoliniano), quelli ostaggio della cattiva amministrazione (clamoroso il caso del Museo Nazionale della Magna Grecia di Reggio Calabria, che ha sfrattato i suoi inquilini più celebri: i Bronzi di Riace), quelli chiusi perché non abbastanza blockbuster (quasi tutta la settimana quello, capitale, di Orsanmichele a Firenze), quelli chiusi perché è meglio fare le mostre (la Pinacoteca dei Concordi a Rovigo), quelli chiusi a macchia di leopardo (tutti i grandi musei pubblici, con tante sale sbarrate per mancanza di personale). Ma ci sono anche quelli che rischiano di chiudere a causa della crisi finanzcapitalistica del 2012: il più importante, per ora, è il Santa Maria della Scala, a Siena. Monumento di rilievo internazionale tanto vasto e articolato (duecentomila metri cubi) da avere una scala più urbanistica che architettonica, il Santa Maria nasce nel Medioevo come ospizio per i pellegrini che percorrono la Francigena, e si accresce fino ad occupare tutta la sommità dell''acropoli' senese, di fronte al Duomo. Lungo i secoli l'ospedale della Scala si è rivestito di spettacolari opere d'arte: dagli affreschi quattrocenteschi che coprono il Pellegrinaio a quelli del Vecchietta e di Domenico Beccafumi. E poi il Tesoro, le rarissime corsie ospedaliere medioevali, cappelle, oratori, strade coperte, sotterranei strepitosi. Che fare di tutto questo ben di Dio? Una volta tanto gli storici dell'arte avevano avuto le idee chiare. Nel 1968 il senese Cesare Brandi scrisse sul «Corriere della sera» che bisognava sloggiare gli ultimi apparati sanitari dall'Ospedale, che si «deve poter vedere: come un museo, perché è un museo». L'idea poi abbracciata da un altro grande storico dell'arte, Giovanni Previtali era quella di trasformare la Scala nel Museo di Siena per eccellenza. Il progetto prevedeva di portarci la Pinacoteca Nazionale (ancora oggi in ambienti assolutamente inadatti, e ora anzi messa a rischio da un demenziale progetto di smembramento per epoche) e il dipartimento di storia dell'arte dell'Università: perché un museo è un centro di conoscenza. È per questo che il Comune di Siena comprò e sistemò al Santa Maria la biblioteca di uno dei più importanti storici dell'arte italiani, Giuliano Briganti. Ed è sempre per questo che lì hanno luogo anche il Museo Archeologico e un Centro d'arte contemporanea. Ma questi frammenti non sono stati mai connessi, e il grande progetto di Brandi e Previtali non si è realizzato. Perché? Perché, ad un certo punto, il virtuoso 'sistema-Siena' si è involuto in un gorgo di clientelismo provinciale che ha inghiottito anche il Santa Maria. L'enorme quantità di quattrini che il Monte dei Paschi faceva piovere sui buoni e sui cattivi ha portato ad una degenerazione in cui non contavano più la qualità dei progetti e delle persone, ma l'affiliazione e la spartizione. E così la Scala è divenuto uno scatolone per mostre (alcune importanti, altre pessime), finendo per trasformarsi in una fondazione controllata dal Comune, e non (come invece avrebbe dovuto) in un istituto finanziariamente autosufficiente, e soprattutto separato dalla politica. Ora che il Comune è commissariato, l'Università è semifallita e il Monte è sprofondato in un baratro finanziario, l'acropoli di Siena rischia di diventare la tomba dell'idea di cultura come bene comune. Mentre al Santa Maria l'effimero dell'evento si è mangiato il monumento, dall'altra parte della piazza l'Opera del Duomo (istituzione pubblica millenaria) viene in parte ceduta ad una controllata di Civita, azienda privata con scopo di lucro, per iniziativa del rettore dell'Opera stessa, nonché amministratore delegato della Richard Ginori in fallimento a Firenze. Il governatore della Toscana Enrico Rossi ha stanziato 400.000 euro per «salvare il Santa Maria della Scala»: se intende farlo davvero ci vuole molto più dell'ennesimo finanziamento gettato nel pozzo. Ci vuole un vero progetto culturale: cioè una rivoluzione. È solo se si sa a cosa servono, che i musei si tengono aperti.