Il sindaco Gianni Alemanno non si stanca di ripetere, soprattutto dopo il crollo del Pincio, che mancano i fondi non solo per i restauri ma anche per l'ordinaria manutenzione del patrimonio culturale cittadino. Il Patto di stabilità, spiega il titolare del Campidoglio, impedisce ogni margine di manovra. Giorni fa si è fatto riprendere impegnato in un sopralluogo «volante», a bordo di una gru, mentre esaminava la Fontana di Trevi svuotata. Un gesto comunque di attenzione che va apprezzato al di là dell'effetto mediatico, chiaramente ricercato. Ma torniamo al nodo del problema: la mancanza di fondi. Come dimostra la fortunata operazione del restauro del Colosseo, con l'intervento di Diego Della Valle, la questione del patrimonio d'arte di Roma è ormai diventata da tempo un'emergenza nazionale sia nei suoi aspetti più clamorosi e noti nel mondo (appunto Fontana di Trevi e il Colosseo, due marchi della Capitale) che nelle sue problematiche meno, diciamo così, «popolari». Un esempio tra i tanti, proprio la cinta delle Mura Aureliane che comunque verranno sottoposte a un monitoraggio in vista della ricerca di un grande sponsor. Giorni fa il sovraintendente comunale Umberto Broccoli ci ha riassunto la quantità di interventi seguiti dal Comune dal 2008 a oggi. Nessuno li ha mai negati. Ma, proprio come dice Alemanno in questi giorni a molti interlocutori, la questione romana sta assumendo aspetti sempre più allarmanti tenendo conto di tre fattori. Primo: l'aumento dei crolli e dei cedimenti strutturali. Secondo: l'irreversibile impoverimento delle risorse a disposizione del Campidoglio. Terzo: una spending review che sta sottraendo, per il 2013, ulteriori fondi anche al ministero per i Beni e le attività culturali (altri 5o milioni). Un sindaco di Roma che chiede aiuto a un ministro che si trova in difficoltà economiche peggiori delle sue lascia il tempo che trova e rafforza quell'idea di «lamento» che Alemanno detesta e attribuisce ai Media. Forse una prospettiva potrebbe esserci. Cioè accantonare ogni rivendicazione, aprire un serio e credibile tavolo di lavoro con il ministero e tutte le soprintendenze (statali e comunale) coinvolte, mettere a fuoco insieme un elenco di autentiche e immediate priorità. Quindi guardare all'Europa. I 105 milioni di euro stanziati nel 2011 per i restauri di Pompei certificano come l'Unione abbia a cuore un patrimonio culturale che vede come proprio, perché li affondano le radici di un Continente che vuole farsi Patria comune. Se Roma riuscisse in questa scommessa, accantonando particolarismi e antiche rivalità burocratiche tipicamente italiane, e spiegando nel dettaglio a Bruxelles cosa sta capitando al centro storico più vasto e importante d'Europa, c'è da scommettere che troverebbe interlocutori attenti e responsabili. Tutto questo non porterebbe la firma di Alemanno, né del suo successore nel 2013 (se stesso o un altro sindaco), né avrebbe la sigla del ministro Lorenzo Ornaghi. Sarebbe un «Progetto Roma» nell'interesse della Capitale e del Paese, oltre che dell'Europa stessa.