Caro direttore, l'Italia ha un patrimonio culturale unico al mondo. È «unico» anche perché è il solo patrimonio che, invece che produrre valore, genera principalmente costi. La trasformazione della Pinacoteca di Brera in una fondazione di diritto privato ha scatenato un dibattito permeato d'ideologia. Al di là delle dichiarazioni di principio, abbiamo tutti ampia esperienza dell'inefficienza del pubblico nella gestione del patrimonio artistico e culturale. Questa inefficienza non è episodica, ma sistemica. Essa deriva da una sovrapposizione di ruoli. Lo Stato ancora assomma due funzioni concettualmente diverse: quella di arbitro e autore delle regole del gioco con quella di giocatore in prima persona e gestore del patrimonio museale. La prima e più rilevante conseguenza di questa impropria sovrapposizione è la scarsa qualità delle regole. Anziché definire principi e indirizzi uniformemente validi, le norme vengono piegate alla convenienza e alla necessità del singolo ente. Le grandi difficoltà riscontratesi, negli scorsi anni, per aggiornare la disciplina di settore, sono una palese dimostrazione del potere d'interdizione degli enti. Uno Stato che regola non può anche gestire: è questo il conflitto d'interesse che va sciolto. Della gestione del privato, si teme l'assoggettamento del bene culturale al totem della ricerca del profitto. In una cornice di buone regole, le istituzioni private sono sicuramente più disciplinate e meno irresponsabili degli enti pubblici. Se questi ultimi possono sempre bussare alla porta del ministero, realtà privatistiche dovrebbero finanziarsi con l'afflusso di consumatori paganti o con la ricerca di donor interessati a sostenerne le attività. Marketing e buona gestione finanziaria non sono in conflitto con la valorizzazione del patrimonio culturale: anzi, la esaltano. Un'attenzione rigorosa ai conti (nell'assenza del finanziamento a pie' di lista da parte delle autorità centrali) garantisce la continuità della conservazione. La vocazione alla promozione delle risorse tutelate significa applicare nuove e più creative strategie, perché una certa risorsa sia effettivamente fruita da un pubblico sempre più vasto. Il vero scandalo non è l'appello a risorse private, ma l'assordante dissonanza fra imponente bellezza del nostro patrimonio culturale e drammatici risultati sul piano economico, della valorizzazione e della capacità di attrazione turistica. Abbiamo bisogno di una gestione più responsabile e oculata del nostro patrimonio culturale. Questa può venire soltanto da una rigida separazione fra funzioni di regolazione e di gestione. Di pari importanza è l'adottare strumenti opportuni che servano non solo a dare maggiore scioltezza ai gestori pro tempore, con l'artificio di una fondazione di diritto privato, ma anche «azionisti» più rigorosi e meno compromessi. Proprio perché il patrimonio culturale è l'eredità che abbiamo ricevuto dai nostri padri e che lasceremo ai nostri figli, ci serve una gestione improntata alla massima responsabilità. Sponsor internazionali, o investitori in senso proprio che entrino nel capitale delle fondazioni culturali, non rappresentano una minaccia ma una opportunità. Gli «esperti», i depositari delle conoscenze salienti sul piano prettamente culturale, sono sicuramente le persone più indicate per definire norme «tecniche», che garantiscano la buona conservazione. Ma ciò non li rende ipso facto anche depositari della necessaria cultura manageriale. Il mondo degli enti culturali ha bisogno di aprire le finestre, di essere meno autoreferenziale. Serve una cultura del risultato e della valorizzazione, non solo per migliorare il conto economico, ma anche e soprattutto per coltivare nuovi pubblici. Servono, infine, «investitori» in cultura che portino risorse ma soprattutto che incentivino una gestione buona e rigorosa, essendone cointeressati. In questo scenario di finanza pubblica, la mera difesa dello status quo non pare essere un'opzione percorribile. Guai a sprecare una buona crisi: vale anche per la cultura. Professore di Economia delle aziende e dei mercati internazionali presso lo lulm, Direttore generale dell'Istituto Bruno Leoni
Cultura migliore con l'aiuto dei privati
L'Italia ha un patrimonio culturale unico al mondo, ma è anche il solo che genera principalmente costi. La trasformazione della Pinacoteca di Brera in una fondazione di diritto privato ha scatenato un dibattito. La gestione del patrimonio artistico e culturale è inefficace a causa della sovrapposizione di ruoli tra lo Stato e le istituzioni private. Le norme vengono piegate alla convenienza del singolo ente, portando a una scarsa qualità delle regole. La gestione del privato è più disciplinata e responsabile degli enti pubblici. La valorizzazione del patrimonio culturale può essere ottenuta con marketing e buona gestione finanziaria. La separazione fra funzioni di regolazione e di gestione è necessaria.
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