Sensazionale, ludico, ipertecnologico: quando nel 1977 si inaugurò il Beaubourg, a Parigi, lo stupore rapì tutti, francesi e non. E ancor oggi quell'edificio che, tubi a vista, evoca la fabbrica e la raffineria, attrae col suo magnetismo decine di migliaia di turisti ogni giorno. Magari più sedotti dall'architettura avveniristica che dalle proposte culturali al suo interno. E qui sta il punto. Fu il Beaubourg a rendere per la prima volta eclatante una nuova tendenza nei musei d'arte contemporanea di tutto il mondo: la supremazia dell'edificio - della trovata architettonica - sulle opere d'arte esposte. Un trend che sta rivoluzionando la funzione di queste istituzioni. In modo assai insidioso. È la tesi dell'ultimo libro di Achille Bonito Oliva, I fuochi dello sguardo. Musei che richiamano attenzione, dove il celebre critico analizza la realtà museale del Duemila, presentando anche gli atti di un convegno internazionale e una mappatura delle principali gallerie del mondo. «Per quasi tutto il XX secolo, il museo è stato l'anello virtuoso del sistema dell'arte. Ora però rischia di diventare il suo anello vanitoso» spiega Bonito Oliva. «In passato cioè aveva soprattutto un ruolo pedagogico, di formazione del gusto collettivo. Rimaneva al di sopra delle parti e degli interessi del mercato. E utilizzava edifici adatti a questa funzione formativa. Basta vedere il MoMa di New York, sacrario delle avanguardie del Novecento: la collezione riflette un gusto aperto, pluralista, e l'architettura la valorizza, senza per questo perdere in personalità. Ma da qualche tempo i committenti dei musei - pubblici o privati che siano - hanno capito che una bella mostra non basta ad attrarre visitatori sufficienti a ripagare le spese e garantire visibilità, quindi ritorno politico e sociale: deve essere sostenuta da una comunicazione vistosa. Ed ecco che commissionano alle star dell'architettura edifici spettacolari, che attirano media e pubblico assai più delle opere d'arte che contengono, assicurandosi così fama e introiti». A debuttare, appunto, fu Parigi col Beaubourg. «Consapevole del fatto che la cultura può generare consenso» spiega Bonito Oliva «la classe politica francese guidata da Pompi-dou commissionò un opificio dell'arte moderna che celebrasse con le sue forme tutto l'ottimismo di una borghesia dinamica, che crede nel progresso. E fece centro. Inaugurando un nuovo modo di concepire il museo. Che portò, vent'an-ni dopo, alla nascita del Guggenheim di Bilbao. Lì fu la genialità di Thomas Krens, presidente del Guggenheim di New York, a intuire come si potesse far presa sull'orgoglio basco, contro la centralità culturale di Madrid. Stipulò un accordo col governo locale e finirono per progettare insieme un museo che riqualificava l'ex città industriale depressa. Risultato: un nuovo contenitore più sensazionale del contenuto assicurò fama a entrambi i committenti». Bonito Oliva continua: «Tutto ciò ha dei vantaggi: attira all'arte contemporanea persone che altrimenti non entrerebbero mai in un museo. Buca la disattenzione del pubblico che, sedotto dall'edificio acchiappasguardi, finisce per varcarne la soglia. Ma comporta anche grossi rischi: in quest'ottica di adescamento, spesso si propongono anche mostre che sanno più che altro di luna park. Come l'esposizione di motociclette, al Guggenheim di Bilbao, che ha avuto 600 mila spettatori paganti». E ancora: «Questa è la morte del pubblico: significa stordirlo, drogarlo con una spettacolarità che non gli crea sorprese, stimoli. Significa dargli solo quel che chiede nel suo sogno consumistico. Insomma, lo si adesca con il gadget architettonico. Lo si alletta con bar, ristoranti, negozi, video. Si alimenta il suo edonismo con semplici vetrine per lo sguardo: ormai troppi curatori di musei fanno circolare in tutto il mondo sempre gli stessi prodotti artistici, creando un gusto globale omologato».
Ma è giusto che nei musei griffati il contenitore conti più del contenuto?
Il Beaubourg di Parigi, inaugurato nel 1977, è un esempio di come l'architettura avveniristica possa attirare più visitatori di quanto non facciano le opere d'arte esposte. Questo trend sta rivoluzionando la funzione dei musei d'arte contemporanea, che ora si concentrano più sull'edificio che sulle opere d'arte. L'architetto Achille Bonito Oliva sostiene che questo è un pericolo, poiché i musei stanno diventando "l'anello vanitoso" del sistema dell'arte, che si concentra più sulla fama e sui ricavi che sulla formazione del gusto collettivo.
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