Nella villa di Poppea degrado e incuria: mosaici divelti e decorazioni rovinate SI PAGANO 5 euro e 50 centesimi, un dipendente stacca il ticket d'ingresso e indica la lunga scala che porta dieci metri più in basso. Il tuffo nel primo secolo avanti Cristo dovrebbe iniziare davanti al colonnato che ospitò la moglie di Nerone, invece è l'inizio di un viaggio- choc, tra abbandono e incuria, mosaici divelti e pareti decorate gonfie di umidità. Benvenuti nella villa di Poppea, il cuore di Oplonti, l'occasione più ghiotta e mai sfruttata per il rilancio economico di Torre Annunziata. Qui la storia si sbriciola nel silenzio più totale. Come Pompei. Arrivarci e già una fortuna: lungo la strada, la segnaletica stradale copre persino i totem informativi della Soprintendenza; i turisti in auto si perdono nel labirinto del rione murattiano, che spesso finisce nelle colonne di cronaca nera macchiato per le faide di camorra, chi arriva non sa dove parcheggiare. C'è un volontario della Protezione civile che allarga le braccia: «Facciamo il possibile per dare un minimo di informazione». I turisti sono 11, contati. Scoraggiati dal caldo, ma anche dalla promozione quasi inesistente che si fa di Oplonti sulle guide dell'area archeologica vesuviana. Eppure, Pompei è a due passi, eppure da qui sono emersi gli Ori, le vanità di Poppea, e persino la centauresse, pezzo unico al mondo. Un tesoro straordinario per l'Unesco, perché, come spiega Antonio Irlando, presidente della Onlus Osservatorio patrimonio culturale, «questa è una villa imperiale, con fregi, pitture e mosaici che non sono stereotipi di un'arte riprodotta in blocco». Parte di quei dipinti decorano la facciata che dà sul giardino, ma in alcune parti sono sul punto di polverizzarsi. É l'ingresso di un complesso archeologico abbandonato a se stesso, senza custodi né punti di informazione lungo il percorso. Nella biglietteria scuotono la testa: «Dicono che non ci sono soldi», e che «è tempo di spending review». Nel salone monumentale che si apre sul colonnato, il grande mosaico sembra una strada dissestata di periferia. I fregi floreali realizzati incastrando piccolissimi tasselli di pietra sono saltati in tre punti, danneggiati irrimediabilmente. Uno scempio: la maglia del mosaico cede ogni volta che lo si calpesta, molti tasselli si sono già persi, altri sono disseminati qualche metro lontano. «Tra il mosaico e il pavimento ci sono sacche di aria, l'intera opera sta cedendo», dice Irlando. I danni sono devastanti, imbarazzanti. Lo dice anche un turista: «Almeno potrebbero delimitare l'area per evitare di calpestarla». Prima di arrivare nella zona termale si attraversano due saloni decorati da maschere teatrali, pavoni e cestini di frutta. C'è il silenzio, e si notano anche qui i segni dell'abbandono. In uno dei tanti ambienti destinati agli ospiti, a ridosso della piscina, un altro scempio insopportabile. Un'intera parete decorata è distrutta. Gonfia di umidità, al punto che l'intonaco è staccato di almeno 3 centimetri. A terra ci sono i pezzi venuti giù: altri fregi floreali, testimonianza del primo stile pompeiano. «La parete cederà per intero», dice Antonio Irlando, e un altro pezzo di storia svanirà per sempre. Restano gli Ori ad Oplonti, ma un dipendente scuote la testa. A Torre Annunziata li avranno visti un paio di volte in 30 anni. Sono chiusi nella cassaforte di una banca. «Almeno i reperti sono al sicuro », verrebbe da dire. Macché. A pochi passi dalla biglietteria c'è una baracca chiusa, è il caveau di Oplonti con dentro 30 anfore, 3 statue, la centauressa in pietra, 2 busti, qualche affresco, un paio di bassorilievi, lucerne con manici cesellati e persino un set di bellezza con ampolle, collane e arnesi per la cura del corpo. Roba che riempirebbe un museo, ammassata lì da 30 anni, tra polvere e ragnatele. Moderni, ovviamente. «A gennaio sparirono due oggetti», dice Antonio Irlando: «Un'anfora di terracotta e un candelabro in bronzo». Ovviamente nessuno si e' indignato. Del resto Oplonti è un patrimonio devastato dall'incuria.