Il monumento non è valorizzato dall'allestimento. Il percorso che fra cinque settimane condurrà i visitatori da "Raffaello verso Picasso" - con il Beato Angelico ad accoglierli - è un frastagliato labirinto racchiuso fra alte pareti dai colori pastello. Si entra nel salone del Palazzo della Ragione dal lato Est, uno dei due lati corti del maestoso rettangolo. Tra frequenti svolte si raggiunge il lato opposto, che dà su piazzetta Palladio, restando per lo più nella metà di destra del salone; quindi si ritorna indietro lungo l'altra metà e si raggiunge l'uscita, collocata non lontano dall'entrata, all'estremo del lato Sud. Le pareti sono variamente "elaborate" per evitare l'effetto-museo e per permettere piuttosto la migliore focalizzazione di questo o quel dipinto secondo la "regia" studiata da Marco Goldin. E non resta che attendere l'apertura per verificare l'effetto specifico rispetto alle opere d'arte. Fin d'ora si può però osservare che l'allestimento evita qualsiasi confronto con lo spazio monumentale che lo racchiude. Le pareti sono molto alte, circa quattro metri, massicce, talvolta sormontate da strutture in stile "pompeiana". Anche se gli spazi di passaggio sono abbastanza larghi, la sensazione è vagamente opprimente. Il salone in quanto tale - con la sua armonia tardo-gotica di monumentali proporzioni - risulta quasi completamente ignorato. Ha un bel dire, Goldin, che il rapporto del visitatore con la Basilica si creerà nel momento in cui egli alzerà lo sguardo e scoprirà la grande carena lignea rovesciata. In realtà, si tratta di una scoperta "facoltativa", anche perché, com'è intuibile, l'attenzione di tutti sarà concentrata su quello che ci sarà davanti agli occhi. E poi, soprattutto, la dimensione spaziale generale, poesia di rapporti fra volumi, luci naturali, linee curve e rette, rimane completamente "oscurata". Perché i muri dell'allestimento non dialogano neanche alla lontana con la "sintassi" architettonica del salone dove si riuniva il Consiglio dei Quattrocento. E con un simile "concept", la Basilica resta un banale "contenitore". Certo, fuori l'effetto è formidabile grazie a un restauro ammirevole. Non appena il bianco abbacinante della pietra e dei marmi ripuliti si sarà un po' "appannato", il cuore monumentale di Vicenza sarà davvero un gioiello. Ma il visitatore che non abbia conosciuto prima la Basilica, una volta dentro - dopo avere ammirato in tutto il suo splendore l'apporto palladiano "esterno" - non riuscirà ad avere un'idea dello spazio magico in cui si trova, a meno che qualche immagine non provveda a rivelarglielo (ma non sarà questo il caso). Sarà immerso in un fitto percorso di capolavori dell'arte che avrebbe potuto essere disegnato uguale in qualsiasi altra analoga volumetria, anche in un capannone. Può essere utile per il Comune, che tale allestimento ha acquistato dagli organizzatori di "Linea d'Ombra" (l'agenzia di Goldin): una volta smontato, tutto si può riutilizzare in qualsiasi altro spazio abbastanza ampio. Ma se si fa memoria delle ultime mostre ospitate in Basilica (gli ottocentisti della Collezione Marzotto, ad esempio, o la scultura del Novecento), ci si rende conto che forse mai il monumento è stato così snobbato. Allora si facevano le nozze con i fichi secchi, e magari il risalto regalato al "contenitore" discendeva anche dalla necessità di tenere bassi i costi. Questa volta - realizzato meritoriamente tutto l'apparato tecnologico necessario per fare le cose sul serio - la cancellazione del salone quattrocentesco sembra voluta. Peccato che non sia stato possibile percorrere altre strade, magari anche più coraggiose e problematiche, ma capaci di lasciare ai visitatori venturi, oltre al ricordo di tanti capolavori pittorici, anche l'immagine del capolavoro dell'architettura che li ospita. La grandezza della Basilica si percepisce alzando gli occhi.