Per l'antico ospedale di Siena occorre un intervento serio perché diventi un polo museale moderno Se ci siete stati, ve lo ricordate perché e un posto speciale a Siena, dirimpetto al Duomo che fino a ottobre svela il suo magnifico pavimento, il millenario ex ospedale di Santa Maria della Scala curava malati tra sale ricche di figure e colori affrescate tra '400 e '500 da gente come il Vecchietta o il Beccafumi. Il 10 agosto del 1996 l'ultima malata, la signora Caterina Giorgi, fu trasferita nel nuovo ospedale delle Scotte. Il Santa Maria della Scala iniziava ad acquistare quella vocazione a museo e centro culturale invocata da Cesare Brandi nel 1968. Restaurato a partire dal 1998, ha ospitato mostre su Duccio di Buoninsegna, su Hugo Pratt, ha un museo archeologico, conserva la biblioteca e la fototeca del grande storico dell'arte Giuliano Briganti. Da un anno però arranca. E ora è protagonista di uno psicodramma emblematico della nostra malconcia Italia: sta per chiudere perché il commissario Enrico Audanna - la città guidata storicamente dal centrosinistra è commissariata - non ha i circa 800mila euro per pagare i servizi di sorveglianza e custodi. Di fronte a un pasticcio simile, la Regione è corsa in aiuto e ha stanziato 400mila euro ma l'assessore alla cultura Cristina Scalerei giustamente avverte che serve «un altro modello di gestione che impedisca il ripetersi di casi come questi-. La città spera che altrettanti euro li tiri fuori la Fondazione Monte dei Paschi, che però non può più finanziare di tutto come un tempo. E pure se l'onta della chiusura verrà scongiurata e i venti dipendenti della cooperativa Zelig non finiranno a casa, un interrogativo più radicale scuote i senesi: c'era chi fantasticò di un Beaubourg senese, ora sprechiamo tanto ben di Dio? Tra sale affrescate come quella del Pellegrinaio e la ristrutturazione firmata dall'architetto Guido Canali, ricaviamo qualcosa di degno che rilanci la cultura di Siena? Oltre tutto la città del Palio ambisce a essere la capitale europea della cultura nel 2019 e per la candidatura il Santa Maria della Scala sarebbe essenziale, purché non sia una scatola vuota. Per inciso: per nutrire una simile ambizione Siena deve avere qualche carta sul fronte del contemporaneo e al momento non ne ha. ll centro d'arte contemporanea delle Papesse fece mostre pregevoli ma chiuse - sostenne il Comune - per i costi troppo alti. Il Santa Maria della Scala ha avuto una sezione d'arte contemporanea ma neanche qui si può coniugare il verbo al presente. C'è chi fa risalire il peccato originale a una delibera comunale del 27 dicembre 2007 che trasformò il Santa Maria della Scala da istituzione a ufficio del Comune. A febbraio la giunta ha previsto una fondazione, ma finora sono parole. Passaggi burocratici a parte, gli attacchi e i controattacchi - molti interni al centro sinistra - tra le vie e le contrade si sprecano. Eppure c'è chi non dispera. Mario Scalini, soprintendente dei beni artistici di Siena e Grosseto: «Giusto che la Regione voglia una fondazione. A suo tempo proposi fosse nella partita anche il ministero peri Beni culturali. Metterci la Pinacoteca nazionale? Si può fare, avevamo un accordo in ponte con il Comune per portarci un fondo del 1929. Li si potrebbero organizzare cose meravigliose». Roberto Barzanti, intellettuale, figura storica di Siena, già europarlamentare, propone: «Penso a una fondazione, prudente e non come quella prevista a Brera, autonoma, con il Comune che da proprietario scelga chi la dirige. Al Santa Maria della Scala va trasferito il nucleo della Pinacoteca integrato da opere del museo diocesano; penso debba essere museo di se stesso e un centro di creazione artistica contemporanea con almeno un internet cafè. Ma la condizione anche per reperire risorse è che abbia una sua direzione e di livello internazionale». Non sarà facile, ma neppure trasformare l'antico ospedale in luogo d'arte è stato facile. Serve volerlo.