ROMA. Otto italiani su dieci, scolaresche comprese, in un anno non hanno mai varcato la soglia di un museo o di una galleria. Nove su dieci non hanno mai affrontato un sito archeologico. Solo un italiano e mezzo è entrato in una biblioteca, mentre 8 su 10 non hanno mai assistito a una rappresentazione teatrale (e 9 su 10 mai a un balletto). Ancora, 7,7 su 10 non hanno ascoltato alcun concerto, fosse di musica classica o moderna. Nel Paese dei monumenti, sei italiani su dieci, negli ultimi dodici mesi, non ne hanno visitato neanche uno. Unici dati in linea con la media europea, quelli relativi al cinema: il 46,5 per cento non ha visto un solo film durante l'anno (il dato medio dei 15 membri della vecchia Ue è 46,3). E, tuttavia, persino nel cinema l'andamento dell'ultimo anno non è positivo. Dunque, dove vanno gli italiani? Nell'unico posto che fa di noi un'eccellenza: i luoghi dove si celebrano eventi sportivi. Qui, negli stadi, siamo davanti a francesi, inglesi, tedeschi e spagnoli. I dati, un po' avvilenti, arrivano dall'Annuario della cultura 2005, realizzato dall'ufficio studi del Touring Club Italiano su incarico del ministero per i Beni culturali. Una fotografia, come si dice, dell'evoluzione della cultura in Italia. Che però ci vede ancora sul crinale irrisolto tra Paese europeo e Paese mediterraneo. Uno studio che dà conto anche degli investimenti nella cultura, consegnandoci anche qui a una zona «nera» della classifica: l'Italia ha speso, per una delle caratteristiche che ci fanno conoscere nel mondo, appena lo 0,25 per cento del Pil (dato 2003), metà della Francia e molto meno di Germania, Spagna, persino del Portogallo. Non solo, nel 2005 spenderà una cifra ancora minore. Negli ultimi anni, inoltre, con i costanti tagli alla disponibilità dei Comuni si è tolto al settore un altro condotto di ossigeno molto importante. Cosicché l'Italia - che fino a qualche anno fa finanziava la cultura a metà tra Stato centrale da un lato e regioni ed enti locali dall'altro - è oggi uno dei pochi Paesi europei dove il ministero rappresenta il maggior erogatore di risorse, cosa che non accade neppure nella Francia «centralista», per non parlare di Spagna e Germania. D'altronde, è lo stesso ministro dei Beni culturali Giuliano Urbani a lamentare pubblicamente lo scarso riguardo con il quale il governo tratta il suo settore. Ha detto, a proposito dei tagli agli enti lirici, di non trovarli «né condivisibili né intelligenti», nonché contraddittori «con le nostre stesse politiche». Tagli che, lunedì, porteranno in piazza a Roma operatori e lavoratori dello spettacolo. E che, per la prima volta in vent'anni, hanno spinto l'Agis - l'associazione generale italiana dello spettacolo - a votare contro la ripartizione del Fus (il fondo unico del settore) e degli altri stanziamenti governativi che, invece di aumentare quanto meno tenendo il passo dell'inflazione, sono passati dal 2004 al 2005 da 243 a 226 milioni. Lo studio del Touring segnala soprattutto, con l'evidenza dei dati, le strade che andrebbero percorse. Dice il direttore generale, Guido Venturini: «Il primo elemento che balza agli occhi è la sproporzione tra i beni culturali del Sud e lo scarso numero di visitatori. Il che dà il senso di una potenzialità di sviluppo economico, e di posti di lavoro, inespressa e che si potrebbe realizzare». Infatti, ed è il secondo dato importante, «gli italiani - se motivati, informati, facilitati - si mostrano interessati alla cultura. Basti pensare alle grandi mostre che hanno fatto spostare centinaia di migliaia di persone in località non turistiche: Van Gogh a Treviso, con 602 mila presenze, o i Gonzaga a Mantova, 518 mila». È un dibattito antico: «Siamo seduti sul Paese più bello del mondo» sintetizza Venturini «ma sembra che l'Italia non ne sia del tutto consapevole». Un Paese che, restando ai beni culturali, ha la caratteristica unica del «museo diffuso», delle mille città che possiedono beni e monumenti straordinari e potrebbero costituire un circuito di grande fascino. Ma che offre attività non coordinate, dando l'idea che tutto si muova per buona volontà degli enti locali, finendo per disperdere parti rilevanti del patrimonio. Con l'aggravante che la crisi finanziaria potrebbe bloccare anche questa attività spontanea, sia per i beni monumentali che per le manifestazioni culturali e dello spettacolo. Il Comune di Roma ha già fatto sapere che presto «non si tratterà più soltanto di ridurre il numero delle manifestazioni, ma di chiudere luoghi che oggi erogano servizi culturali». Il fastìdio per l'abitudine di considerare la cultura il primo comparto da tagliare va oggi crescendo: «La situazione attuale» sostiene il presidente dell'Agis Alberto Francesconi «è frutto di una persistente disattenzione verso i problemi di una componente essenziale dell'identità nazionale». Gli fanno eco autorevoli operatori, come Aurelio De Laurentiis: «Ormai dobbiamo contare solo sulle nostre forze, perché tanto non ci ascolta nessuno. Ci trattano da pezzenti». Spiega Giovanna Grignaffini, uno dei responsabili del settore per i Ds: «Mai eravamo arrivati a un livello come questo. Solo un esempio: tutti i film che erano già stati valutati positivamente per il finanziamento statale non sono stati in realtà beneficiati. Si è arrivati alle vie legali». E aggiunge: «In Italia è mancata, in generale, una vera attenzione per chi produce cultura. Al massimo ci siamo preoccupati della tutela e delle fruizioni. Ma non c'è alcuna iniziativa per favorire lo sviluppo creativo. Il che contribuisce a fare di noi un Paese vecchio, senza futuro». E un vero esperto come il sovrintendente di Firenze (ed ex ministro) Antonio Paolucci prevede che «il nuovo Michelangelo, se mai verrà, non nascerà certo in Italia. Piuttosto in Brasile, in Cina, negli Stati Uniti». La crisi creativa è evidente anche nell'industria culturale. Lo osservano Carla Bodo e Celestino Spada, coordinatori di un altro studio che verrà presentato a marzo a Roma, il Rapporto sull'economia della cultura, 1990-2000 [II Mulino, pp. 780, euro 60]: «L'Italia ha perso le sue case discografiche, come la Fonit-Cetra e la Ricordi, vendute all'estero. Non ha una produzione di software né di video che sia slegata dai grandi gruppi della tv. Non ha praticamente produzione cinematografica al di fuori del circuito televisivo. Insomma, ha rinunciato a produrre, accontentandosi di commercializzare i prodotti altrui, una via magari remunerativa ma di corto respiro». Che fa di noi, sempre più, una colonia culturale. Il coinvolgimento di capitale privato, rileva lo studio, è fallito proprio nel decennio che possedeva le condizioni per realizzarlo, quello degli anni Novanta. Anche in altri grandi Paesi europei è raro che il privato investa in questo settore. «Ma lì» precisa Spada «l'industria culturale sopravvive, e lo fa mantenendo alta qualità, grazie a mercati interni molto più forti e all'espansione su grandi mercati esteri». Oggi l'Italia ha una Spa (con capitale del Tesoro) nata proprio per favorire l'unione di investimenti pubblici e privati nell'impresa culturale. Si chiama Arcus ed è presieduta da un banchiere, Mario Ciaccia. Che considera «un miracolo» la realizzazione di questa società e sostiene di credere molto nella sua missione. «È vero» riconosce «il capitale privato non investe nella cultura. Ma ciò accade perché non si creano condizioni di reale interesse. Non bastano, anche se servirebbero, sgravi fiscali. Occorre far sì che si realizzino circuiti culturali, turistici, di ricezione alberghiera, di infrastrutture, tali da attirare il capitale privato. Con progetti credibili ed economicamente vantaggiosi». Arcus può contare sul 3 per cento dei finanziamenti per le Grandi opere: 57 milioni nel 2004, che nel 2005 saranno 55 o addirittura 85, se la legge verrà modificata, come sembra, portando la percentuale al 5 per cento. Ha partecipato a 26 progetti decisi dal ministero dei Beni culturali e da quello delle Infrastrutture. Progetti, precisa Ciaccia, «che avessero la potenzialità di creare questo circuito culturale, che fossero funzionali allo sviluppo e non cercassero finanziamenti a fondo perduto». Finalità condivisibili, che andranno verificate all'atto pratico. C'è, per esempio, chi appare dubbioso davanti all'occhio di riguardo per la Parma di Lunardi, che ha ricevuto 6 milioni nel 2004. Replica Ciaccia: «Io lavoro per le istituzioni. Oggi, per esempio, sto spingendo su un investimento che ha tutte le caratteristiche richieste: il restauro di Villa Gregoriana a Tivoli, su progetto del Fai. Se le iniziative scelte dalla politica non avessero le caratteristiche richieste da Arcus, non sarebbero passate. Abbiamo noi l'ultima parola. Sono stato accusato di favorire i comuni di centrosinistra o di essere uomo del centrodestra. In realtà ho un altro lavoro, e se occorre sono pronto a tornare a farlo». Aggiunge che «non c'è dubbio, molti tagli fanno dubitare della coerenza di una politica nazionale». Purtroppo, i dati dicono che le linee di intervento cambiano a seconda dei governi. «In Francia, Gran Bretagna, Spagna» dice Spada «la cultura è realmente considerata una bandiera, un dato identitario. Ed è gelosamente custodita, sia a destra che a sinistra». Forse la questione è proprio questa: bisognerebbe riconoscere che l'obiettivo di portare gli italiani ai concerti, nei teatri e nei musei, quanto meno nella media degli altri Paesi europei, è una questione nazionale. È interesse di tutti. RAPPORTO L'Annuario della cultura 2005 (Touring Club Italiano, pp. 320, euro 18). È stato commissionato dal ministero per i Beni culturali