II direttore dei musei vaticani Paolucci: ridiamo il potere all'amministrazione centrale. I sovrintendenti «Le accuse ai sovrintendenti di essere nemici della modernità? Ingenerose: controllare è il loro mestiere». Centinaia di chilometri di coste distrutti da ogni genere di abusivismo. Centri urbani stravolti da una crescita cancerosa. Il degrado spicca in Calabria, ma il quadro non è molto diverso nel resto d'Italia, in Val d'Aosta come sulle Riviere liguri. Paradossalmente l'unico Paese che nella Costituzione si proclama tutore del paesaggio assiste impassibile al suo massimo strazio. Così scriveva ieri sull'editoriale del Corriere Ernesto Galli della Loggia. E Antonio Paolucci, direttore dei Musei Vaticani ed ex ministro dei Beni culturali, «condivide totalmente» la sua denuncia: lo scempio del paesaggio italiano è il risultato della pessima qualità delle classi politiche locali e della loro crescente disponibilità a pure logiche di consenso elettorale. «Uno degli atti più sciagurati compiuti nel nostro Paese sostiene lo storico dell'arte 73enne è la riforma del Titolo V della Costituzione. La Repubblica, che dovrebbe tutelare il paesaggio e i beni artistici, di fatto non è più una, diretta dal centro, ma un guazzabuglio di tutto: le regioni, le province, i comuni, fino ai consigli di quartiere. Istituzioni governate il più delle volte da personaggi mediocri, con le conseguenze che vediamo». Ne è talmente convinto, Paolucci, da farne quasi un punto di autocritica rispetto alla propria passata attività ministeriale nel governo Dini, tra il 1995 e il 1996. «Fossi di nuovo ministro afferma lo studioso mi impegnerei ancora di più per frenare la deriva particolaristica che è seguita alla pessima riforma costituzionale del 2001. Forse allora non riuscii a immaginarne del tutto le implicazioni e le conseguenze». Prima della riforma un sovrintendente rispondeva al governo centrale; mentre nel sistema attuale, con i poteri di tutela distribuiti tra i vari livelli locali, le competenze sono frammentate, i poteri dei tecnici ridimensionati e, in caso di contenziosi, il Tar dà quasi sempre ragione agli enti locali. Con l'effetto di intimidire ancor più l'azione dei controllori. Eppure i sovrintendenti sono stati spesso accusati di essere, a loro volta, un centro di potere che paralizza ogni trasformazione urbanistica. «Certo, è l'eterna accusa di bloccare tutto, di essere nemici della modernità. Ma è un'accusa ingiusta. Il mestiere dei sovrintendenti è controllare. E, quando si controlla, a volte si deve bloccare. È una missione svolta per tutti. La tutela dei boschi dell'Aspromonte o degli acquedotti laziali interessa tutti gli italiani, anche quelli di Bolzano. Interessa la patria, e pazienza se a qualcuno la parola non piacerà o sembrerà retorica. Non lo è». A proposito di parole. Le brutte cose, così come le belle, tendono a trasferirsi nel linguaggio, rivelando talvolta sinistre mutazioni culturali. Il degrado ambientale, sottolinea l'esperto, ha contaminato anche la lingua italiana. «Tanto che il termine "paesaggio", forse perché rigoroso, o considerato elitario, è stato sostituito con il più comodo concetto di "territorio", che implica utilizzo, sfruttamento, svincoli, parcheggi. Una parola amata da assessori e geometri, ma anche da molti urbanisti. E "godimento" è stato rimpiazzato da "fruizione", riducendo la Venere del Botticelli alla stregua di un servizio pubblico (di cui, appunto, si fruisce) o di un'esenzione fiscale». Che fare? Il direttore dei Musei Vaticani ritiene che si debba «rimettere la palla al centro», restituendo potere all'amministrazione dello Stato, un'amministrazione che venga opportunamente riqualificata. Ma la vera sfida è coordinare gli interventi tra i vari ministeri: dai Beni culturali allo Sviluppo economico. «L'Italia è la repubblica delle individualità, un connotato che rappresenta la sua bellezza. Siamo il luogo delle differenze. Dobbiamo impegnarci a salvaguardarle ma in un quadro di coordinamento centrale». Quasi un ossimoro, Paolucci lo sa bene. Da dove può arrivare la conciliazione di questi due estremi? La tutela del paesaggio, ricorda lo studioso, nasce in Italia cinque secoli or sono, quando Papa Leone X Medici, figlio di Lorenzo il Magnifico, crea la potestà normativa dei beni culturali affidandone la sovrintendenza a un «tecnico». Ma non a un tecnico qualunque: a Raffaello. Così nasce la «civiltà italiana della tutela». Gli altri due momenti essenziali, nel Novecento, sono la legge Bottai del 1939 («opera del miglior ministro dell'Italia moderna») e l'articolo 9 della Costituzione, anch'esso unico al mondo. Tutte azioni figlie di grandi personalità intellettuali. Grazie a quelle leggi, grazie a quell'operato, il patrimonio culturale italiano è arrivato quasi intatto fino a noi. Da un certo punto in poi però il Paese non è stato più in grado di tutelarlo, nelle stagioni della crescita economica. La recessione, pur con tutti i suoi mali, potrebbe forse spingere brutalmente verso qualche ripensamento benefico, anche per l'economia. «O almeno c'è da augurarselo».