Tanto tuonò che piovve. L'indigesto tormentone sullo spread, i compiti a casa, i sacrifici, doveva pure avere un punto di caduta prima o poi. E' ciò che sta accadendo, finalmente: il vertice italo-finlandese, con i finlandesi nella parte dei pretenziosi creditori e noi italiani in quella di chi sta con il cappello in mano, come già successe alla Grecia, è almeno una circostanza che dirada un po' di nebbie ipocrite. Finalmente, perché dopo tanti ragionamenti arzigogolati, si comincia a capire un po' meglio quale sia la posta in gioco: i cosiddetti mercati da noi vogliono la ciccia. Non che non si potesse intuire anche prima, ma mancavano le controprove. Applicando con nordico zelo il dettato che la spensierata cicala prima o poi deve pagare il suo tributo alla diligente formica, i finlandesi che ci considerano cicaloni mediterranei, secondo le indiscrezioni circolate vengono a incontrarci per presentare il conto, chiedendoci (sarebbe meglio dire: intimandoci) di impegnare l'argenteria di casa, concentrandola in un fondo a garanzia degli eventuali prestiti futuri. Per fortuna e nonostante le nostre non rosee condizioni, in Italia i gioielli non mancano. A dispetto della crisi devastante, restiamo uno dei 7 o 8 paesi più industrializzati dell'occidente e roba valida ce n'è a iosa, a cominciare dalla troika d'oro, Enel, Eni e Finmeccanica, fino all'ingente e diffuso patrimonio immobiliare. Per non parlare dei beni artistici che potrebbero essere messi pure quelli all'incanto, almeno in parte, anche se si stenta a credere che si possa precipitare tanto in basso ipotizzando di ipotecare alla Totò il Colosseo o la Fontana di Trevi. Eni, Enel e Finmeccanica è ciò che resta dell'ingente patrimonio industriale pubblico che trasformò l'Italietta semi agricola in uno dei paesi primi della classe. Ed è ciò che è rimasto dalla prima spoliazione, avvenuta alla fine della Prima Repubblica, in occasione dell'altra acuta crisi economica, quando il governo presieduto da Giuliano Amato fu costretto ad una manovra di correzione dei conti pubblici da 92 mila miliardi di lire, accompagnata dalla ipersvalutazione della moneta e dalla svendita, appunto, dei gioielli di casa. Secondo la leggenda metropolitana in quel caso fu Mario Draghi, allora influente dirigente del Tesoro e oggi capo della Banca centrale europea, a discutere con gli inglesi i termini del business nel mitico incontro del Britannia, il panfilo reale ancorato al largo di Civitavecchia. L'Eni, gruppo petrolifero tra i più grandi del mondo, presente nella bellezza di 72 paesi, è il gioiello dei gioielli, posseduto in parte dallo Stato che è l'azionista di riferimento. E' un'azienda talmente forte che si è sempre comportata da Stato nello Stato, un potentato con una sua politica estera autonoma, non sempre coincidente con quella governativa. Il vertice è scelto dalla politica, ma poi nei fatti comanda sulla politica, soprattutto sulla politica balbettante dei nostri giorni e soprattutto per quanto riguarda i temi dell'energia. Il numero uno, Paolo Scaroni, si considera re nel suo regno e tende a non riconoscere altra autorità e di certo non sarebbe entusiasta di vedersi arrivare in casa nuovi azionisti non per effetto di una trattativa, ma scaturiti da uno stato di necessità. Punterebbe i piedi, è facile supporlo, ma di fronte al bene supremo della Salvezza della Patria, non potrebbe dire di no. Anche l'Enel è una bella preda. Non è il monopolista di una volta, la liberalizzazione del mercato elettrico avviata alla fine del secolo passato, ha ridotto la sua quota di clientela fin quasi al 50 per cento, ma si tratta pur sempre della metà di una platea di poco meno di 60 milioni di persone in un paese fino a ieri ricco. L'amministratore è Fulvio Conti, altro moderno boiardo, e per lui vale lo stesso discorso di Scaroni. Infine la Finmeccanica, cioè l'industria bellica pubblica, squassata dagli scandali, ma pur sempre un concentrato di tecnologia anche se sono lontani gli anni Settanta, quando l'Italia era tra le prime 5 nazioni al mondo nell'esportazione delle armi. Per Finmeccanica soprattutto, ma anche per Enel ed Eni, dovrebbe valere la regola della tutela delle imprese strategiche, ma quando piove forte c'è poco da traccheggiare. Da ultimo il patrimonio immobiliare, dalla caserme ai palazzi, dai terreni alle spiagge. Sono anni che a chiacchiere è in vendita, senza che si sia cavato un ragno dal buco. Non si sa neppure con esattezza quanto valga, le stime oscillano da 40 miliardi di euro a 10 volte tanto. Finora non si è mai fatto sul serio, ma oggi non è più tempo di scherzi.
ITALIA - Trattati come i greci: l'argenteria di Stato che vogliono in pegno
Il vertice italo-finlandese è iniziato con i finlandesi che chiedono aiuto finanziario all'Italia. I finlandesi vogliono che l'Italia impegni l'argenteria di casa, come garanzia per i prestiti futuri. L'Italia ha una ricca storia industriale e un patrimonio immobiliare significativo, comprese aziende come Enel, Eni e Finmeccanica. Queste aziende sono state trasformate dall'industrializzazione e sono diventate importanti per l'economia italiana. Tuttavia, la crisi economica ha portato a una riduzione della loro quota di mercato e a una necessità di ristrutturazione.
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