E ORA si dovrebbe privatizzare il sacro patrimonio pubblico sul quale si fonda l'identità della nazione. Tutti alle armi contro il crimine. Intellettuali emeriti che non ho mai incontrato in un museo s'inalberano SIGNORE CORTESI e mondane danno lezioni di gestione amministrativa. Sindacati rispettabili temono per il futuro del posto garantito a vita dei custodi. Oggettivi evasori fiscali gridano al rischio della dispersione dei tesori nascosti in cantina. La polemica in corso dà il meglio dell'italianità fra ipocrisia e pressapochismo. È che in realtà nessuno mai, neppure il garbato ministro Ornaghi, ha pensato di vendere i musei ai privati e neppure di fare sedere in consigli d'amministrazione ancora inesistenti oligarchi russi o sceicchi nababbi. Si tratta solo di fare ciò che è avvenuto con ottimi risultati negli enti lirici. Farne delle fondazioni che rimangano controllate dal pubblico ma gestite con una normativa privatistica che consenta di acquistare la carta igienica senza dovere passare dalle forche caudine della gara d'appalto ma passando semplicemente al supermercato con i soldi in mano. Si tratta di fare sedere nei futuri consigli, e ovviamente in minoranza, delle forze economiche private suscettibili di introitare dei danari che lo Stato italiano è certo di non potere mai più spendere, neppure se aumentasse ancora la pressione fiscale, tanto da farci lavorare per i suoi augusti destini di bilancio non solo da gennaio a giugno ma addirittura fino a novembre. Ormai è certo che gli italiani non amano spendere in cultura. È inutile insistere, non arriveremo mai alla quota di spesa di Francia e Germania perché alla spesa pubblica preferiamo il pubblico sperpero. Germania 8 miliardi di euro, regionali. Francia 7,5, nazionali; Italia 2, ministeriali. Però dimenticando di dire che a questi 2 vanno aggiunte le spese degli assessorati di regioni, province, comuni oltre ai contributi delle fondazioni bancarie. Spendiamo quanto gli altri, ma male. Allora forse una gestione privatistica dei grandi poli museali potrà salvare almeno una porzione del nostro futuro handicappato. E far ricadere gli introiti sui luoghi che li hanno generati e non nella ragioneria dello Stato. A condizione che i privati seduti ai tavoli futuri non siano solo quelli delle aziende del parastato e delle fondazioni, che sono privati d'aspetto e politici di nomina. E a condizione di capire che il fund raising si fa con il sodo lavoro della associazioni di amici, dei patroni e della gestione intelligente e "aperta" alla gente e non alla politica, cioè alle decine di migliaia di persone che al museo poi verranno e non a pochi plutocrati.