La domanda è semplice, perfino brutale. Napoli, e l'Italia, sanno cosa farsene dell'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, e quindi dei suoi libri? Una fazione dominante della classe accademica partenopea ha già risposto: no. E non solo con la guerriglia, anche con la guerra dichiarata. Esattamente dieci anni fa, il filosofo, rettore e senatore Fulvio Tessitore presentò un'interpellanza urgente al governo contro l'Istituto, contestando il fatto che le sue riunioni fossero «esplicitamente estranee ai valori dell'italianità e alla consuetudine degli studi filosofici». Io, al contrario, credo che l'istituto fondato da Gerardo Marotta sia terribilmente utile proprio perché estraneo a certi 'valori' dell'italianità e a certe consuetudini dell'università. Non è un caso se proprio lì è nata e cresciuta una delle più consapevoli e responsabili leve di giovani intellettuali napoletani. E ora è Napoli che deve decidere. Dopo la scoperta del saccheggio dei Girolamini ci siamo trovati a chiederci: come è stato possibile che nessuno avesse dato l'allarme? Ebbene, in questo caso nessuno potrà dire la stessa cosa: l'avvocato Marotta l'allarme lo ha dato. E la situazione è se possibile ancora più grave. Perché in gioco non ci sono 'solo' dei libri, ma un'istituzione viva. Non si tratta, infatti, (solo) di risolvere un problema logistico, ma di prendere una decisione di politica culturale. Quando la giunta De Magistris era in formazione, proposi su queste colonne di affidare la cultura all'assessorato ai Beni comuni. Di fronte a una vicenda come questa dovrebbe apparire chiaro il perché: non meno dell'acqua, una cultura libera è essenziale allo sviluppo e alla crescita sana di una città. E, infatti, l'articolo 33 della Costituzione tutela, accanto alle università, le istituzioni di alta cultura e le accademie: correttivi spesso provvidenziali alle insufficienze, alle involuzioni e ai tradimenti dell'università. Cosa fare, dunque, in pratica? Il problema non è dove 'mettere i libri dell'avvocato Marotta', quasi si dovesse fare un piacere a lui. Al contrario, si tratta di decidere se nel nostro progetto di città l'Istituto e i suoi libri abbiano un ruolo, e quale. Se quel ruolo esiste, la soluzione non può che essere una sede che tenga insieme libri e istituto, come accade in tutti gli istituti di ricerca del mondo: perché quei libri non sono morti cimeli del passato, ma strumenti vivi che devono servire alla costruzione del futuro. Alla vigilia del terremoto del 1980 si era sperato che tutto questo potesse trovare spazio proprio ai Girolamini, dove avrebbe dovuto nascere anche la scuola di alta formazione dell'Istituto. Quel progetto è oggi definitivamente archiviato, ma nel centro di Napoli non mancano altri grandi complessi religiosi che potrebbero ben ospitare una simile, formidabile, officina di conoscenza, lasciando magari a Palazzo Serra di Cassano solo una funzione di rappresentanza. Certo: ci vorranno soldi per ristrutturare, adattare alla nuova funzione e mantenere aperta e funzionante la nuova sede. È proprio questo che dobbiamo decidere: quanto vale, per il bene comune della città di Napoli, un istituto come quello di Studi Filosofici? Che percentuale di un Forum delle culture, di una America's Cup o di una mostra effimera siamo disposti ad investire in questa fabbrica di futuro e cittadinanza?