Entro l'anno 32mila nuove assunzioni. Le aziende cercano ingegneri e matematici. Poco spazio per le lauree umanistiche. Altro che con la cultura non si mangia. Le aziende del settore sarebbero invece pronte ad assumere entro la fine dell'anno 32 mila persone, secondo lo studio Excelsior di Unioncamere e del Ministero del Lavoro. Se n'è parlato ieri al meeting di Cl a Rimini, dove è intervenuto anche il presidente di Unioncamere, Ferruccio Dardanello. Dall'analisi emerge come anche in tempi «bui» come quelli che vive la nostra economia, e non solo la nostra, le imprese attive nei campi della cultura abbiano tenuto dei buoni livelli occupazionali. In particolare, tra il 2007 e il 2011 sono stati creati circa 55 mila posti di lavoro, ad un ritmo di crescita dello 0,8 per cento annuo. Tutto questo mentre, nel suo complesso, l'economia nazionale si fletteva in media dello 0,4 per cento. Un trend, quello della cultura, che sembra confermato dalle stime sul futuro prossimo. Gli oltre 32mila nuovi posti di lavoro, spiega la ricerca, rappresentano il 5,6 per cento del totale delle assunzioni che saranno fatte dalle imprese dell'industria e dei servizi, e la maggior parte (22 mila) non saranno stagionali. La caccia ai talenti in questo settore sembra caratterizzarsi per la ricerca di misure di alto profilo. La richiesta di laureati è molto alta e tra questi sono benvenuti i «dottori in ingegneria, seguiti da quelli che vantano titoli scientifico-matematici ed economici. Poco spazio. invece, per le lauree umanistiche. A riprova delle esigenze di settore va anche l'alto valore dato all'esperienza ai fini dell'assunzione. Per lavorare nel mondo della cultura ne serve decisamente di più rispetto agli altri tipi di imprese: stando ai dati dello studio Excelsior, la ritiene importante al momento dell'assunzione il 63,6 contro 53,4 per cento della media delle imprese, con un picco del 71 per cento perle professioni strettamente culturali. Manca una politica di settore. Nel suo complesso però il settore sconta alcuni deficit tipici di altri comparti economici. «Sembra un paradosso - dice a questo proposito Dardanello - ma in Italia manca un quadro organico di politiche economiche basate sul potenziale produttivo del settore culturale. Dai monumenti alle opere d'arte, i teatri, la musica e tutta la produzione artistica in generale. E invece, mentre crolla Pompei, e adesso pure il Pincio a Roma, «gli italiani devono recuperare non soltanto il senso economico della cultura, ma anche in una certa misura il suo senso sociale, di elemento alla base delle sue produzioni di eccellenza e occasione per dare opportunità di lavoro a tanti giovani che hanno capacità e qualità da vendere. Purtroppo è ancora diffusa l'idea che con la cultura non si mangi, ma i successi del made in Italy, di cui tanta parte discende proprio dalla nostra cultura del fare, vengono da questo patrimonio inesauribile.