La libreria antiquaria Gonnelli di via Ricasoli Uno "scherzo" per incastrare Gonnelli così l'antiquario ladro faceva lo 007 MENTRE saccheggiava la storica biblioteca napoletana dei Girolamini, di cui era stato immeritatamente nominato direttore e dalla quale, secondo le accuse, ha portato via oltre 2.000 preziosi volumi, Massimo De Caro, già segretario organizzativo della associazione Il Buongoverno del senatore Marcello Dell'Utri, si spacciava per salvatore dei beni culturali e vendicatore di ogni abuso. Ne ha fatto le spese il titolare della Libreria antiquaria Gonnelli di Firenze, che in aprile i carabinieri del Nucleo tutela patrimonio culturale hanno denunciato per una serie di falsi e per esportazione illecita di opere d'arte e al quale hanno sequestrato 26 volumi antichi. Dietro quella indagine c'è una guerra fra antiquari. In particolare c'è un libraio romano, Maurizio Bifolco, che il 19 febbraio scorso propone all'amico De Caro di fare «uno scherzo» alla Gonnelli, «tanto è carnevale», «così ci facciamo un po' di risate». Lo «scherzo » è documentato dalle intercettazioni dei carabinieri del Ros di Firenze, che indagano De Caro per corruzione di Dell'Utri. Il 6 marzo Bifolco sollecita lo scherzo, anche se il carnevale è finito. Il 15 marzo, spacciandosi per «De Franciscis della cancelleria del tribunale di Firenze», De Caro chiama uno degli esperti della libreria Gonnelli, lo informa che c'è un esposto per turbativa d'asta (un'invenzione) e lo invita a presentarsi in procura, precisando però che «la prossima settimana il procuratore è a un convegno del Csm». Raccomanda infine «la massima discrezione» «perché c'è il segreto istruttorio». Il 26 marzo De Caro chiama una nobildonna fiorentina e, spacciandosi per il «dottor De Marco, assistente del professor Galluzzi del Museo della scienza», le prospetta possibili conseguenze penali per il fatto che la casa d'aste Gonnelli ha messo in vendita un manoscritto galileiano di proprietà della sua defunta madre, dichiarandolo «in temporanea importazione ». «A noi risulta questo libro in Italia», la ammonisce De Caro: «C'è un ricercatore che qualche anno fa era venuto a studiarlo a casa di sua madre... quindi adesso che venga dichiarato in temporanea importazione è un po' un problema... le case d'asta stanno facendo truffe su queste cose». Subito dopo informa ridendo l'amico Bifolco che la nobildonna si è spaventata a morte. Il 30 marzo esce sul Fatto Quotidiano un articolo del professor Tomaso Montanari che descrive la devastazione della biblioteca dei Girolamini e avanza dubbi sul direttore De Caro, chissà come nominato consulente del ministero dei beni culturali da Galan e poi confermato da Ornaghi. De Caro si infuria. Su consiglio di Dell'Utri si rivolge allo studio Previti per una azione civile («ho detto che volevo uno squalo e voglio il sangue»). I senatori del Buongoverno si mobilitano in sua difesa. Il senatore Palmizio vuole chiedere al ministro Ornaghi di conferirgli la medaglia d'argento o di bronzo dei beni culturali. Lo riferisce lo stesso De Caro che, offeso dalle insinuazioni, accentua il suo ruolo di giustiziere. Il 4 aprile incontra il maresciallo Roberto Tempesta, già al Nucleo carabinieri beni culturali, che attiva i colleghi di Firenze sull'asta Gonnelli e il 6 aprile avverte De Caro che la nobildonna «ha ammesso ogni cosa per cui verrà disposto il sequestro» e che l'autorità giudiziaria è stata avvertita. «Alla fine facciamo sempre il bene del Paese, Roberto», commenta De Caro. Il 18 aprile i magistrati di Napoli lo indagano per la sparizione di almeno 1.500 libri dalla biblioteca dei Girolamini, che viene posta sotto sequestro. Il 16 maggio i carabinieri scoprono in un suo deposito segreto a Verona 1.108 libri antichi, di cui 257 certamente provenienti dai Girolamini. Il 24 maggio il sedicente «salvatore» dei beni culturali finisce in cella per peculato. Ora sembra che stia raccontando «tutti gli episodi di corruzione» di cui è a conoscenza.