PIU' ancora degli stupri che devastano Roma e che tutti insieme, a partire dall'irresponsabile numero uno Gianni Alemanno, per pietas dovremmo sottrarre alle speculazioni politiche, è il crollo del muro del Pincio, segno di incuria ordinaria e di vandalismo amministrativo, ad anticipare il previsto, inesorabile conto alla rovescia per il sindaco di Roma. Il muro del Pincio è infatti il muro della modernità, non le rovine e le vestigia delle mura aureliane che continuano a sgretolarsi, sasso su sasso, dopo il disastro del 2007, ma i mattoni dell'architetto Valadier, pietre lavorate e disegno, i confini belli normali e solidi della città viva, il simbolo dell'eleganza e del garbo dei romani, la scena della bella époque italiana, dei primi baci, delle fughe adolescenziali, delle poesie di Pascarella e degli struggimenti di D'annunzio: "L'autunno moriva dolcemente". Ebbene, il sindaco Alemanno e il sovrintendente Broccoli dicono che "la colpa del crollo del Pincio è della neve, della pioggia e del caldo secco", e nessuno ormai ride di loro perché nella città più scettica e più sgamata del mondo anche la comicità si è esaurita, e non funziona più l'antico sberleffo che sembrava eterno: "Facce ride'". 1 L'articolo integrale di Francesco Merlo su Repubblica in edicola e su Repubblica 2 (23 agosto 2012)