Ritorna a Venezia dopo 250 anni il primo capolavoro di Tiziano, la monumentale tela della «Fuga in Egitto» custodita all'Ermitage di San Pietroburgo per una grande mostra allestita dal 29 agosto al 2 dicembre alle Gallerie dell'Accademia. Reduce da un intervento di restauro durato 12 anni che ne ha restituito il colore e la luce originari, l'opera sarà affiancata a una ventina di dipinti realizzati dai grandi maestri del '500 veneto, fra cui Giorgione, Bellini, Lotto, Sebastiano del Piombo. Dal titolo «Il Tiziano mai visto. La Fuga in Egitto e la grande pittura veneta», l'importante rassegna è stata resa possibile grazie all'accordo internazionale stretto tra il Museo Statale Ermitage, la Soprintendenza per il Patrimonio storico, artistico e etnoantropologico e per il Polo museale di Venezia, la National Gallery di Londra (dove l'opera è già stata presentata) e la Fondazione Ermitage Italia. Un impegno indispensabile per consentire a questo fragile, ma straordinario capolavoro di lasciare per la prima volta dal 1768 la Russia. Di dimensioni imponenti (204 per 324 centimetri), il giovane Tiziano realizza questo palpitante paesaggio nel 1507 probabilmente per Andrea Loredan, lontano cugino del doge Leonardo, nel formato del tradizionale telero. Tra le opere più documentate del Rinascimento, fu descritta da Giorgio Vasari che ne ammirava la vitalità della natura, delle figure, degli animali «i quali ritrasse dal vivo. E sono veramente naturali e quasi vivi». Una vivacità sconcertante che esprime l'influsso di Giorgione, nella cui bottega il Vecellio era entrato a far parte dopo aver lasciato quella di Giovanni Bellini. In mostra, capolavori come l'Allegoria Sacra di Bellini o la Tempesta e Tramonto di Giorgione, metteranno ancor più in luce questa tensione comune a una generazione di artisti nel rappresentare il paesaggio e il rapporto tra uomo e natura. Opera tra le meno indagate del Tiziano, questo che dagli storici dell'arte è considerato il suo primo importante dipinto, vede però un superamento del linguaggio espressivo dei suoi contemporanei, introducendo nella visione paesistica veneta le suggestioni mutuate da Durer, tradotte in un'animazione impetuosa che, come nota il Vasari, pervade la scena. Il dipinto si scosta dalla maniera più matura del Vecellio, per non parlare del suo stile tardo e ciò ha generato molti interrogativi rimasti a lungo insoluti sul capolavoro. Alcune risposte sono arrivate dal restauro compiuto dall'Ermitage e avviato nel 2000. L'intervento ha infatti permesso di rimuovere accumuli di materiali presenti sullo strato pittorico e cancellare le ridipinture che per secoli ne avevano compromesso la lettura. La ripulitura della tela ha restituito quindi i colori originari, la modellazione di luci e ombre dei personaggi, che hanno acquistato così una nuova monumentalità e un rinnovato rapporto con la natura circostante.