Nulla che avesse un significato per dopo, o un segno di come si intendeva la vita, la comunità, il potere, le relazioni Si tiravano su periferie, disordinatamente se si era fortunati, o in un glaciale ordine da plastico dei trenini. Forse colpa dell'ombra del fascismo, che come tutte le dittature usava costruire pensando all'eternità. O della Democrazia Cristiana, al governo ininterrottamente dal 1948 al 1994, sempre più interessata agli equilibri del presente e a sopravvivere che alle memorie del domani. Firenze, impaurita dalle macerie che aveva lasciato la guerra mondiale, ci si trovava benissimo: nessuno in Italia voleva lasciare un segno, qui poi era assoluto l'ordine di conservare. Come se il «com'era e dov'era» di Ponte a Santa Trinita fosse l'unico comandamento che la città si sentiva di seguire. C'erano i prati la laggiù a Novoli, se qualcuno proprio voleva divertirsi con il cemento: un posto lontano, con quel particolare metro che si usa a Firenze secondo il quale tutto quello che è fuori dal centro è altrove. E in quell'altrove si può far tutto, tanto non c'entra nulla con la città. Non c'è dunque da meravigliarsi troppo se Firenze ha con l'architettura un rapporto assai difficile, anche se proprio l'architettura (Arnolfo, Brunelleschi, Vasari, Michelangelo o Leon Battista Alberti) l'ha fatta grande. Ma tutto il nuovo viene vissuto come una intrusione, anzi una invasione, barbari che possono solo devastarne la perfezione. Dopo tanti anni, è come se Firenze fosse diventata «analfabeta» di architettura. Fa un concorso per l'uscita degli Uffizi, una commissione sceglie il vincitore, poi tutto si ferma apparentemente per sempre. Commissiona negli anni Settanta un nuovo Palazzo di Giustizia, che viene inaugurato cambiando il progetto quest'anno, fra grotteschi racconti di giudici e avvocati. Per il nuovo Teatro del Maggio vince un progetto che viene poi completamente rivisto tanto da farne lievitare i costi da 8o milioni di euro a oltre zoo, che ora non ci sono e non si sa se, come e quando saranno trovati: adesso è un teatro dell'opera dove l'opera non si può fare. Un privato incarica Jean Nouvel di progettare un albergo, e finisce con l'architetto che toglie la firma. Non si sa più neanche come andrà a finire la nuova stazione di Norman Foster, ora che c'è anche l'incognita di un referendum. Il centro direzionale di Scandicci di Richard Rogers invece già si comincia a intravedere fra crisi, fatica e rinunce. L'architetto fa un progetto, poi si comincia a togliere (per soldi, per paura, per poco coraggio, per renderlo innocuo). L'architettura, diceva Le Corbusier, è «un fatto d'arte, un fenomeno che suscita emozione, al di fuori dei problemi di costruzione, al di là di essi. La Costruzione è per tener su: l'Architettura è per commuovere». A Firenze invece è un altro tipo di lacrime.
FIRENZE - UNA LACRIMA SUL CANTIERE
La città di Firenze è caratterizzata da un rapporto difficile con l'architettura moderna. La città ha una storia ricca di architettura classica, ma la sua evoluzione è stata segnata da una serie di progetti architettonici che non sono riusciti a soddisfare le aspettative. Il governo della Democrazia Cristiana ha favorito gli equilibri del presente piuttosto che le memorie del domani, e ciò ha portato a una mancanza di investimenti in progetti architettonici innovativi. La città ha anche una forte identità culturale e storica, che è stata minacciata dalle opere architettoniche moderne.
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