Nell'isola dei beni culturali, dei parchi archeologici e dei musei diffusi non c'è neppure un euro per la manutenzione. Nel bilancio regionale questo capitolo di spesa è stato azzerato. La Regione dei tanto decantati «giacimenti culturali» - che dovrebbero sopperire a quelli petroliferi e garantire analoghi e più lauti guadagni - non è prevista alcuna risorsa neppure per gli interventi minimi a tutela della conservazione dell'immenso patrimonio che ci hanno lasciato le generazioni passate. Una ricchezza splendida e varia per ammirare la quale, da secoli, generazioni di viaggiatori sbarcano sulle nostre coste. Nella terra che perde le poche industrie che ancora possiede, e paga a caro prezzo il mantenimento delle raffinerie che inquinano e uccidono, si decise di lasciare morire per asfissia una delle poche risorse non omologabili ad altre, non delocalizzabili. L'archeologia, l'arte e l'architettura sono le nostre principali ricchezze, eppure chi ci governa ha deciso di lasciarle morire preferendo spendere le non indifferenti risorse regionali per sfamare le voraci clientele e creare consenso, dipendenza, scambio. Cadono alcuni calcinacci dall'architrave dell'ingresso all'anfiteatro romano di Catania, il terzo d'Italia dopo il Colosseo e l'Arena di Verona, e il monumento rimane chiuso per mesi perché non ci sono poche migliaia di euro per mettere in sicurezza il «pezzo». E questo in piena stagione estiva quando in città arrivano navi crociera con migliaia di turisti desiderosi di fare una prima conoscenza della città. Sbarcano e la trovano sporca, insicura, i monumenti, le chiese, i musei sbarrati. E capiscono che è inutile pensare di tornare. Così la vicenda dell'anfiteatro catanese assurge ad emblema della gestione colpevole e irresponsabile del nostro territorio. Lasciare degradare i siti archeologici e i monumenti rivela l'estrema deriva di una politica predatoria, indifferente al bene collettivo, anzi pronta a venderlo e svenderlo per il proprio tornaconto personale. Parla di una classe politica designata da chi da decenni stringe nella propria morsa la cosa pubblica, una classe politica cooptata per adesione acritica e interessata, sempre più estranea ai cittadini che pure dovrebbe rappresentare. Di questo parla la scelta di non prevedere un euro per le manutenzioni di tutti i beni culturali di Sicilia - a luglio, del precedente bilancio, restavano in cassa solo 2.000 euro, duemila per tutta la Regione - e, contestualmente, di assegnare 2 milioni per le iniziative direttamente promosse dall'assessore. Fondi da spendere in assoluta discrezionalità, al di fuori dei vincoli istituzionali previsti per gli altri capitoli di spesa. Somme che vanno a finanziare le varie sagre del ficodindia e del carciofo, e ad incrementare i futuri voti del politico di turno, mentre i monumenti chiudono per mancanza di manutenzione e le varie direzioni delle sovrintendente, senza fondi, non sono più in grado di acquistare una lampadina, di sostituire un vetro che si rompe, di chiamare un idraulico per riparare un guasto, di fare funzionare le stampanti, di rifornire di carta igienica i bagni e neppure di ricaricare gli estintori a tutela della sicurezza di uomini e cose. A questo ci hanno ridotto. Servizio in cronaca 21082012