I bilanci delle più grandi realtà, dall'Arena di Verona alla Scala di Milano, sono in rosso II Ministero ha erogato quasi 250 milioni di euro per sostenerle, ma per salvarle servono altri cinquanta milioni Vergnano, sovrintendente del Regio: «La crisi c'è ma sono ottimista» II sottosegretario Bono: «Occorre avviare un'opera di radicale risanamento» Il sipario si è alzato da poco: alla Scala lo scorso 7 dicembre, a Torino in ottobre, a Napoli in novembre. A Roma lo ha fatto ieri sera. Ma già il piatto piange. O meglio, i bilanci delle 13 fondazioni lirico sinfoniche italiane sono quasi tutti in rosso. Indebitamenti, costi elevati delle nuove produzioni, cachet degli artisti alle stelle, sacrosanta necessità di pagare il 27 del mese gli stipendi ai dipendenti hanno messo in ginocchio le casse dei nostri teatri d'opera. Fatti due conti, secondo quanto fanno sapere gli esperti, il deficit per il 2005 potrebbe attestarsi sui 50 milioni di euro, battendo così il disavanzo di gestione 2004 che era risultato di 40 milioni di euro. E tutto questo a fronte di un finanziamento statale che nel 2004 ha sfiorato i 250 milioni di euro. Tradotte in vecchie lire, sono cifre da capqgiro: nonostante i 500 miliardi stanziati, ne mancano all'appello altri 100. Numeri che fanno suonare un campanello d'allarme. Lo scorso anno le perdite fatte registrare dalTeatro alla Scalahan-no toccato i 10 milioni di euro, dopo aver raggiunto i 9,8 milioni nel 2003. Si tenga presente che nelle casse del teatro milanese entrano più di 33 milioni di euro provenienti dallo Stato. Deficit anche per l'Arena di Verona, che nel 2004 ha perso 3 milioni e mezzo di euro. Primo rosso in bilancio per il Regio di Torino dopo due anni di guadagni. E su sei fondazioni si è allungata anche l'ombra del commissariamento, provvedimento per ora scongiurato, previsto dal legislatore nel caso in cui per due esercizi consecutivi si sia registrata una perdita superiore al30 del patrimonio. Le fondazioni lirico sinfoniche, nate nel 1996 grazie ad un decreto legislativo che ha modificato le strutture dei vecchi enti lirici, non riescono più a far fronte ai costi elevati: il botteghino da solo non basta, l'apporto dei privati, quelli entrati di peso nei consigli di amministrazione dal 1996, sono inferiori alle previsioni e faticano ad essere reperiti, il Fondo unico per lo spettacolo in meno di vent'anni è stato dimezzato. Di fronte a tutto questo sono in molti a temere che il sipario sia già pronto a calare. A meno che l'incontro convocato per venerdì al ministero dei Beni culturali, al quale parteciperanno sindacati e vertici delle fondazioni liriche, porti qualche schiarita. «Innanzi tutto -spiega Walter Vergnano, sovrintendente del Regio di Torino, nonché presidente dell'Anfols, l'associazione delle fondazioni lirico sinfoniche-speriamo non si parli di nuovi tagli, dopo quelli che oggi ci vedono con 40 milioni di euro in meno di Fus rispetto al 2003. Ma, per ora, il pericolo dovrebbe essere scampato. Quello convocato dal ministero sarà un tavolo per discutere il futuro dei nostri teatri. Sono un ottimista e voglio pensare che ci sia una volontà comune per trovare soluzioni condivise per la sopravvivenza delle fondazioni lirico sinfoniche, un bene del quale l'Italia non può fare a meno». L'allarme per il futuro dell'opera si è levato anche ieri a Roma, nel corso di una tavola rotonda alla quale hanno partecipato le associazioni e le fondazioni lirico-sinfoniche italiane. «Oggi oltre al Pii - ha detto Francesco Emani, sovrintendente dell'Opera di Roma - un paese come il nostro deve saper verificare il valore culturale di determinate proposte che contribuiscono, visibilmente, a migliorare la società». Una società che, secondo Nicola Bono, sottosegretario ai Beni culturali «deve mobilitarsi attorno alle diverse problematiche che animano la cultura per individuare con certezza i problemi che oggi non consentono una gestione ottimale di determinati settori, come quello dell'opera».