19 agosto 2012 L'Italia è talmente ricca di opere d'arte che per godersi sublimi capolavori non è neppure necessario alzare lo sguardo da terra. Noi italiani, modestamente, possiamo infatti vantare i pavimenti artistici più belli del mondo. Tutto il Bel Paese, da nord a sud, è disseminato di meraviglie rasoterra, dalla basilica patriarcale di Aquileia alla cattedrale di Otranto, dalla Villa del Casale di Piazza Armerina alle Domus dell'Ortaglia di Brescia, passando per il Museo Tamo di Ravenna e per le fantasie marmoree dei maestri Cosmati nelle chiese e basiliche di Roma. Ma potremmo anche aggiungere gli spettacolari pavimenti delle chiese di Venezia e quelli estratti dagli scavi di Pompei e di Paestum. Il pavimento «più bello, grande e magnifico che mai fusse stato fatto in Italia» - ci informa Giorgio Vasari - si trova però a Siena nella magnifica cattedrale dell'Assunta. Un pavimento che da secoli suscita ammirazione e stupore, ma che da qualche decennio è praticamente invisibile nel suo complesso perché coperto da ampie lastre di faesite stese per proteggerlo dal calpestìo dei visitatori che sono ogni anno più di un milione, ai quali si aggiungono i numerosi fedeli, con relative, devote suole. Attenzione: da Siena giunge la notizia che in occasione del Palio dell'Assunta e fino al 24 ottobre il pavimento del duomo di Siena viene eccezionalmente scoperto e sarà dunque visibile in ogni dettaglio. L'occasione è da non perdere. Grazie alla «scopertura» sarà possibile ammirare in tutta la loro magnificenza le tarsie marmoree nel l'esagono sotto la cupola, i tratti di pavimento vicini all'altare e i riquadri dei transetti. Uno spettacolo mozzafiato. I visitatori verranno guidati attraverso un percorso apposito che permetterà anche la visita straordinaria dell'abside del Duomo con la vista ravvicinata delle tarsie lignee di fra Giovanni da Verona e degli affreschi di Domenico Beccafumi. Perché il pavimento del Duomo di Siena è il più bello del mondo? Perché venne concepito con la stessa cura di un ciclo di affreschi istoriati, con destinazione orizzontale invece che verticale. I cartoni preparatori per le cinquantasei tarsie realizzate in marmo (nero, rosso, giallo e bianco) vennero forniti tra Quattro e Cinquecento da pittori senesi quali Sassetta, Domenico di Bartolo, Matteo di Giovanni, Domenico Beccafumi, e dall'umbro Bernardino di Betto detto il Pinturicchio. Le storie dei cartoni vennero riprodotte sul pavimento mediante le tecniche del commesso marmoreo e del graffito. Si iniziò in modo semplice: le prime tarsie furono realizzate su lastre di marmo bianco con solchi scavati (quindi «graffiti») con scalpelli e trapani, e poi riempiti di stucco nero. La tecnica si fece in seguito più raffinata e complessa. Le storie vennero riprodotte con marmi colorati, ritagliati e accostati (quindi «commessi»), come fossero tarsie lignee. Un solo riquadro è a mosaico: quello raffigurante la Lupa che allatta i gemelli Romolo e Remo (simbolo di Roma, ma anche di Siena), presente nella navata centrale. Il pavimento del duomo di Siena «parla» al fedele, offrendogli un itinerarium mentis ad Deum, un approccio per gradi alla storia della Salvezza. Si comincia con le navate (il primo spazio che i fedeli incontrano entrando). All'ingresso della navata centrale, un'iscrizione-ammonizione invita chi entra ad assumere un atteggiamento consono alla sacralità del luogo: Castissimum Virginis Templum Caste Memento Ingredi (ricordati di entrare castamente nel castissimo tempio della Vergine). Nelle tre navate il percorso iconografico affronta temi relativi all'antichità classica e pagana, con la rappresentazione di saggi, filosofi e sibille che hanno in vario modo previsto la venuta di Cristo. Il primo riquadro della navata centrale (il disegno si deve a Giovanni di Stefano, figlio del Sassetta) raffigura Ermete Trismegisto (cioè «tre volte grande»), il fondatore della sapienza umana. È lui a darci il benvenuto, perché - racconta Lattanzio nelle Divinae Institutiones - questo sacerdote pagano intuì la nascita del «Figlio dal Padre». Accanto ci sono le Sibille, realizzate tra il 1482 e il 1483, dieci in tutto, cinque per ogni navata laterale. Sono profetesse pagane che attraverso i loro oracoli hanno previsto l'avvento di Gesù. I loro curiosi nomi sono legati alla provenienza geografica: la Persica, l'Ellespontica, l'Eritrea, la Frigia, la Samia, la Delfica venivano dal mondo orientale e greco, la Libica dal l'Africa, la Cumea o Cimmeria, la Cumana e la Tiburtina dall'Italia. Lungo la navata centrale, superato il riquadro con Ermete, ci troviamo di fronte alla Lupa che allatta i gemelli, inserita in un cerchio con gli emblemi di otto città dell'antica Tuscia (l'attuale Toscana, ma anche parte dell'Umbria e del Lazio). Il pannello del pavimento è in realtà un rifacimento del 1865. L'originale - di cui restano solo alcuni frammenti - si trova nel Museo dell'Opera e viene datato attorno al 1370. Perché la Lupa con Romolo e Remo è anche il simbolo di Siena? Semplice, perché la tradizione vuole che Siena sia stata fondata da Aschio e Senio, i figli di Remo, costretti a fuggire dall'Urbe dopo la morte del padre. Proseguendo sulla navata centrale si può ammirare la tarsia disegnata da Pinturicchio nel 1505-1506 che illustra il Monte della Sapienza. L'iconografia si ispira alla filosofia antica e, in particolare, ai fondamenti dello stoicismo: raggiungere la Sapienza è difficile, ma - superati i pericoli - è possibile approdare alla felicità. Si giunge quindi in prossimità dell'altare maggiore, dove si incontrano i soggetti ispirati alle Sacre Scritture e tutti dedicati al tema del sacrificio del Figlio di Dio. Nel grande esagono sotto la cupola si trovano le tarsie raffiguranti le Storie di Elia e Acab: quelle della parte superiore sono state ideate dal pittore manierista senese Domenico Beccafumi, quelle della parte inferiore, invece, dal pittore purista Alessandro Franchi (1878). La tarsia che segue venne disegnata da Domenico Beccafumi nel 1524 e presenta Mosè che fa scaturire acqua dalla roccia. Beccafumi è anche autore del quadro di marmo che si dispiega di fronte all'altare. Nella scena - che risale al 1546 - si racconta il Sacrificio d'Isacco. Il percorso simbolico del pavimento conduce dunque alla figura di Cristo che però, nel pavimento, è solo evocato ma mai rappresentato. Il figlio di Dio, infatti, non può stare sotto i nostri piedi. Chi lo cerca deve alzare gli occhi: verso l'altare, quello è il suo posto.