L'unica strada per la ripresa dell'Italia è la cultura. Ed è l'unica che non stiamo percorrendo. Occorrono investimenti, progetti, consapevolezza, persino amore, e di tutto questo non c'è traccia. Ha le idee chiare il professor Andrea Carandini, grande archeologo e docente alla Sapienza di Roma, ma certo non riesce a nascondere, e per la verità neanche intende farlo, il velo di pessimismo che lo ha avvolto. Per la cultura italiana e in conseguenza diretta per l'Italia tutta e il suo futuro. Senza cultura non c'è futuro, una regola che vale per tutti ma tanto più per l'Italia, il Bel-paese. Altri hanno miniere, pozzi petroliferi, forza lavoro a basso costo, immense distese agricole. La nostra ricchezza sono i giacimenti dei Beni Culturali. E sono abbandonati. Un grido di dolore che viene da uno degli esponenti più noti dell'archeologia italiana. Professore dell'Università La Sapienza di Roma, Andrea Carandini ha dedicato la sua vita a studiare uno dei momenti più cruciali di tutta la storia umana: la nascita di Roma, che poi vuol dire la nascita della civiltà occidentale e tramite lo strapotere culturale di questa corrisponde anche alla nascita dell'asse portante della cultura mondiale. Con i suoi scavi sul Palatino e alla sua base Carandini ha portato alla luce testimonianze archeologiche fondamentali dell'VIII secolo avanti Cristo: le tracce cioè di quegli eventi di fondazione tra le mura e la casa delle Vestali che dimostrano come davvero qualcosa sia successo intorno a quel 753 a.C. che la tradizione indica come la data della fondazione di Roma da parte di Romolo. Quelle antiche storie Carandini le ha strappate al mito e le ha riportate nel cuore della storia, e ha saputo affiancare a operazioni scientifiche rigorosissime una capacità di analisi che sfrutta discipline diverse e una grande attività di divulgazione che va dall'organizzazione di mostre alla redazione di libri che possano andare oltre la cerchia ristretta degli specialisti, dalle lezioni pubbliche tenute di fronte a una folla da tutti inattesa fino alla scrittura di libri che raccontano in forma romanzata alcuni episodi fondamentali della storia antica. 'Ritto con la finalità di far conoscere e far amare al pubblico una parte dell'anima di quello stesso pubblico che però troppo a lungo l'ha dimenticata e messa da parte. Il passato come una parte viva di noi, come qualcosa che ci forma ed è parte essenziale del nostro essere e della nostra vita. In una delle sue opere, "la sindrome occidentale", Carandini spiega come i valori liberal-democratici siano fondativi della cultura occidentale, fin dall'antica Roma. Significativo poi il titolo di uno dei suoi ultimi lavori, una delle sue incursioni al di fuori della saggistica e della divulgazione scientifica: Il nuovo dell'Italia è nel passato. Concetto illustrato così: «Come si può progettare un futuro, anche il più audace e tecnologicamente spregiudicato, se non si è consapevoli del passato che ci ha preceduto ma che tuttavia perdura in noi? I beni culturali sono, con l'istruzione e la ricerca, non la ciliegina sulla torta, bensì la torta stessa dell'Italia futura». Per dissipare subito il rischio di un equivoco, Andrea Carandini non è uno che si limiti all'elogio del passato e predichi la conservazione di ciò che era in contrapposizione ad ogni forma di progresso. Tutt'altro. II grande archeologo italiano, senz'altro tra i più grandi dei viventi, è celebre proprio per le sue sortite all'avanguardia del mondo archeologico: pioniere della migliore divulgazione, attento e appassionato utilizzatore di tecnologia e innovazione da applicare agli studi archeologici e storici, impegnato nella valorizzazione del patrimonio culturale e nel renderlo fruibile, sacrificato in prima persona anche in tutti quegli aspetti politico-amministrativi che servono a supportare il mondo della cultura. Ed è su quest'ultimo punto che si dichiara sconfitto, che manifesta tutta la sua amarezza per non aver ottenuto da nessun governo quel minimo di ascolto e di risposta che ritiene necessario alla sopravvivenza della prima ricchezza italiana. Questo è il motivo per cui si è dimesso dal suo importante incarico di Presidente del Consiglio Superiore dei Beni Culturali, carica che gli era stata affidata dal ministro Bondi nel 2009 e che gli è stata confermata dai due ministri successivi, Giancarlo Galan e Lorenzo Ornaghi. E che tutta la società italiana, non divisa da politica e gelosie, gli ha sempre chiesto unanimemente di mantenere. Ma stavolta niente, l'archeologo è stato irremovibile, e dal suo buen ritiro di Mallorca ci racconta la sua delusione. Facciamo fatica a strappargli un'idea per l'Italia, per il futuro, per il rilancio, ma alla fine ce la facciamo. E quale è questa idea per l'Italia? Cultura, cultura, cultura. Professore, una domanda provocatoria. Con questa crisi, con i tagli, con i problemi quotidiani di sopravvivenza dell'Italia e degli italiani, la cultura è un lusso che non possiamo permetterci? È quello che appare, per questo mi trovo in una condizione disperata. Io apprezzo questo governo nel suo complesso, ma ho dovuto prendere atto che anch'esso non si occupa della cultura. Non sono per niente d'accordo sul fatto di non trattare la cultura in nessun modo. Anche il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha raccomandato di tener conto dell'istruzione e della ricerca, ma perfino lui non ha nominato il patrimonio culturale e le attività culturali, che pure rientrano nell'articolo 9 della Costituzione. Allora togliamolo dalla Costituzione, se non intendiamo occuparcene. È un dato di fatto che la spending review in corso influirà pesantemente sui beni culturali e sul ministero che se ne occupa. Si finirà per eliminare decine di dirigenti e centinaia di impiegati. È un approccio che mi intristisce, mi spaventa, non capisco. Non che non ci sia bisogno di risparmi in Italia, lo so bene. Ci sono tanti sprechi da eliminare e anche nell'ambito della cultura si possono correggere degli sprechi: ma non bisogna prendere di mira la cultura condannandola a morte. In tutta Europa esiste una "eccezione culturale" che tutela questo aspetto per il bene di tutti, e proprio noi vogliamo distruggere il nostro patrimonio? Non riesco proprio a capire, anche perché adesso c'è un governo di colti ben diverso da precedenti espressioni di tutt'altro genere, eppure anche questi esperti sembrano essere talmente impegnati e concentrati sull'economia da dare l'impressione di non avere possibilità di agire nell'ambito della cultura e forse anche di aver perso ogni inclinazione culturale. Lei non si è limitato a lavorare intensamente come archeologo e studioso, ma è sceso in campo in prima persona per mettersi al servizio della politica culturale italiana anche come Presidente del Consiglio Superiore per i Beni culturali italiani. Raccogliendo molte amarezze. Ora si è arreso. Un brutto segnale. Avendo perso la speranza di un ruolo utile mi sono ritirato a vita privata. Invece di tentare di difendere inutilmente la cultura sono tornato a praticarla a tempo pieno. Se per chi ha ruoli nelle politiche culturali l'unico compito possibile è solo piangere, allora alterniamoci a farlo. Io per l'ennesima volta e stavolta in modo definitivo ho ritirato la mia disponibilità a presiedere il Consiglio dei beni culturali perché mi sono reso conto che manca una scelta strategica in difesa della cultura. Ormai la cultura italiana e in particolare il ministero dei Beni Culturali si trovano ben al di sotto della soglia di sussistenza. Io non mi ritiro perché la barca affonda, ma perché ho l'impressione che la mia azione sia sostanzialmente irrilevante. Non vedendo una via che faccia sperare mutamenti di rotta per il futuro, ora cedo il posto a qualcun altro che mi avvicendi nel compito di piangere presso i governi e di compiangere lo stato della cultura italiana nella speranza che prima o poi una lacrima incrini la roccia. Non sta dando messaggi molto positivi. Sembra che la situazione per l'Italia sia abbastanza disperata. Che io provi disperazione per la cultura francamente è vero, anche perché avevo riposto delle speranze nel governo tecnico fatto da persone coinvolte nelle università. Ero certo che tenessero conto di questo aspetto. Eppure vedo che alla fine si taglia sulla cultura e i pochi tentativi di investimento, di rilanciare lo sviluppo, come si dice, si concentrano magari su lavori pubblici legati alle autostrade. Ma a voi risulta che in Italia oggi si vendono tante macchine? E invece non mi pare che siano previsti lavori di riassetto idrogeologico che è tanto importante per il nostro Paese, né tantomeno sono previsti investimenti nel settore culturale. Ma non lascia neanche uno spiraglio alla speranza? Che messaggio dà ai giovani, come possono impegnarsi per il futuro per ribaltare questa situazione? Non si potrebbe puntare sui giovani per invertire la rotta? Magari. Ma la realtà è che anche su questo non ho appigli per dare messaggi ottimistici. Il ministero dei Beni Culturali è fatto di vecchi, personale bravo ma anziano, con forse l'età media più alta d'Europa. Se assumessimo dei giovani, semmai se proprio necessario in numero inferiore alle uscite, almeno avremmo un vero rinnovamento. Sono totalmente d'accordo che la speranza è tutta nei giovani, ma il fatto è che non vengono assunti. Mi chiedete messaggi positivi, ma quello che io rimprovero è proprio il fatto di aver tolto la speranza alla cultura. Il fatto è che si può anche spiegare che in questo momento non ci sono possibilità di investimenti persino per una cosa importante come la cultura perché la situazione economica è davvero troppo grave, ma al contempo si può mostrare che comunque c'è una visione, una prospettiva. Come un buon padre di famiglia che magari è costretto a spiegare ai figli che in quel momento non ci sono soldi per gli studi, per l'università, ma che l'obiettivo è averli l'anno successivo perché si considera comunque gli studi una cosa importante, un obiettivo. Invece ora sento un discorso solo economicista, si persegue uno sviluppo economico che non c'è. E invece non si persegue uno sviluppo umano che anch'esso per questo stenta. Il sistema universitario è in una condizione di degrado pazzesco, la scuola la conosco meno ma non credo che stia molto meglio. In Italia il grado di alfabetizzazione non cresce, anzi, c'è una depressione culturale molto forte. Non ci si rende conto che questo mina il futuro? Ma perché in Italia la cultura è un po' considerata la cenerentola di tutti i settori? Non dovrebbe essere la forza trainante anche dal punto di vista economico e turistico? L'economia oggi non è più produzione di beni in serie. Per essere competitivi occorre una produzione di qualità con base culturale. Questo messaggio sull'importanza della cultura anche per l'economia italiana è in realtà molto presente nella società, c'è un fiorire di tante iniziative, di appelli, di convegni, la società civile in questo senso è matura, c'è grande fermento, c'è un accordo fondamentale su questo tema, e ad esempio gli stessi ministri ora al governo un tempo erano molto consapevoli di questa tematica ed erano tra quelli che sollevavano il problema e indicavano l'importanza del comparto culturale. Che dire? Forse davvero il momento è troppo drammatico, la crisi economica troppo profonda, e non c'è spazio per nient'altro che mettere toppe economiche. La cultura invece richiede tempi medio-lunghi che non possono dare fiato immediato. Ma ci vorrebbe almeno una promessa, una indicazione di fondo, un segno di consapevolezza e di prospettiva. Anche perché i beni culturali una volta persi non si recuperano più, e io proprio non credo che il mondo privato possa sostituire lo Stato. Va benissimo coinvolgere i privati, ma lo Stato ha un compito fondamentale e comunque deve intervenire in tutti quei campi che non sono così appetibili per le sponsorizzazioni. Oppure rinunciamo a tutto, e allora eliminiamo dalla Costituzione l'articolo 9: che ce lo teniamo a fare? Nei fatti si sta già togliendo il patrimonio culturale dalla Costituzione. Ma se c'è un settore che è di tutti, dove c'è bisogno dell'intervento pubblico, questo è proprio quello dei beni culturali. Un quadro di questo genere appare sconfortante, ma secondo lei almeno idealmente quale può essere una via d'uscita per l'Italia? Secondo me la cultura è il presupposto per la ripresa, l'ho detto e lo ripeto. Sono così sconfortato proprio perché non vedo questa consapevolezza. Non vedo per l'Italia una possibilità diversa da quella di puntare sulla cultura, non abbiamo altre risorse altrettanto valide. La nostra forza sono e sempre più devono essere le produzioni di alta qualità che presuppongono un gusto, una cultura, quindi gente evoluta che pro- duce prodotti evoluti. Anche il terziario, che rappresenta i due terzi della nostra economia, per svilupparsi ha bisogno di professionisti qualificati, di persone che risolvono problemi. Il presupposto di tutto questo è la promozione e la diffusione, e quindi il finanziamento, della cultura. Che poi ha anche effetti più diretti. È evidente che col nostro patrimonio culturale il turismo dovrebbe essere un volano centrale per la nostra economia, eppure non abbiamo visto niente in questa direzione nelle decisioni politiche degli ultimi anni. Bisogna invece avere ben chiaro che occorre concentrare gli sforzi su queste tematiche. Forse bisogna anche creare raccordi tra i ministeri e le loro competenze per promuovere lo sviluppo mentale e civile dei cittadini, che come abbiamo detto vuol dire anche il loro sviluppo economico. Può essere che io abbia torto ad essere così pessimista, e magari dopo aver riassestato l'emergenza economica si potrà riprendere più in là il tema culturale senza averlo tropo compromesso, ma ne dubito. E soprattutto vedo che altri Paesi nella crisi non hanno tagliato la cultura ma anzi al contrario hanno incentivato i settori della cultura, dell'istruzione, dell'università e della ricerca, mentre da noi accade il contrario. Se il Paese non si tira su in dieci o quindici anni rischiamo che sia troppo tardi, perché certi saperi e certe abilità non si trasmettono più, con un vuoto si perde tutto per sempre. Il sapere è un tesoro che si passa di generazione in generazione. Veniamo a un altro aspetto importante dei beni culturali, il tema della fruizione. Non basta avere un ricchissimo patrimonio culturale, serve che sia disponibile per la fruizione da parte dei cittadini e dei turisti. Anche su questo tema lei si è molto speso con varie idee e progetti per rendere appunto fruibile alcuni nostri siti. Cosa ci dice di questo tema a lei caro? Se un indiano vuole guardare su internet per esempio Siena cosa trova? O un cinese, un russo, un brasiliano, tutta gente che ha soldi e non legge guide pesanti. Questo è un limite per l'Italia, per il nostro turismo. E anche qui non basta lasciare all'iniziativa privata di muoversi sul web. Su internet infatti troviamo per l'Italia in media prodotti di scarsissima qualità, iniziative private a volte di buona volontà ma prive di quella strategia nazionale, di quella rete che possono fare la differenza. E anche di informatica lei se ne intende. Non è certo un accademico vecchio stampo che trascura le nuove tecnologie. E pochi forse sanno che una materia come l'archeologia, pur occupandosi di un passato lontano, è proiettata moltissimo nel futuro in quanto ad ausili tecnologici e informatici all'avanguardia. L'ultima mia pubblicazione, l'Atlante di Roma antica, due volumi pubblicati dalla Electa, è nella versione di libro stampato, ma in realtà è il risultato di un lungo e articolato lavoro tutto basato sull'informatica. Tra l'altro nel corso dell'imponente opera di ricostruzione di Roma antica nel sistema informativo archeologico chiamato Imago Urbis l'equipe di Carandini ha anche utilizzato il georadar per chiarire alcuni punti e luoghi che per motivi storici e per carenza di scavi sono rimasti a lungo meno chiari, più indefiniti. Tra questi l'area del Quirinale, il cui ruolo di sede istituzionale da tanti secoli preclude almeno in parte la possibilità di realizzare scavi archeologici sistematici. E qui, sotto gli attuali giardini, il professor Carandini ritiene di aver trovato traccia di quello che era uno dei luoghi più sacri e meno noti di Roma antica, il tempio del dio Quirino, il pro- tettore delle prime curie romane con cui venne identificato lo stesso Romolo. Un altro esempio delle infinite possibilità che offe un saggio, moderno e coraggioso approccio all'infinito patrimonio culturale italiano. Come dicevamo, poi, il professor Carandini è anche un appassionato divulgatore della cultura, di quel patrimonio dell'antica Roma di cui è studioso principe, con il particolare merito di essere il massimo custode delle origini di Roma, che proprio i suoi scavi hanno riportato dal mito alla storia. Una puntata di Porta a Porta dedicata alla cultura con lui ospite qualche anno fa fu forse una delle più belle, e comunque ebbe molto successo. Ma è rimasta un episodio quasi del tutto isolato. Professore, la televisione non si occupa molto di cultura nonostante il fatto che quando lo fa consegue dei buoni riscontri. La televisione non aiuta molto a creare la consapevolezza delle potenzialità, dell'interesse, del piacere e delle opportunità offerte dalla cultura. Che ne pensa In televisione la cultura è praticamente assente e temo che in questo modo diventerà sempre più assente dalle menti degli italiani. Eppure è uno degli elementi fondamentali della felicità, del piacere insieme agli affetti familiari. Mi sembra non ci sia più nulla di formazione interiore, crolla la nostra umanità, lo sviluppo della creatività, il miglioramento del proprio cervello, tutti aspetti che si nutrono di cultura. Quale è la sede dove si coltivano e si nutrono queste caratteristiche dell'umanità? Non certo la televisione, ma neanche altre realtà. La lacuna culturale è gravissima. E per capire il declino basta guardare alle grandi personalità scientifiche e letterarie nella prima metà del Novecento in Italia e guardare quanto è venuto dopo, fare il confronto fra le produzioni culturali, è una differenza che trovo molto allarmante. In certi momenti si potrebbe sospettare che siamo alla fine della civiltà europea. È già successo, non è mica la prima volta che una civiltà scompare. E la sua scomparsa comincia sempre dalla scomparsa del tessuto culturale, il resto segue. Ma mica è indolore. Ecco, forse stiamo vivendo quella fase, e essendoci in mezzo non riusciamo a vedere la nuova civiltà che sta nascendo sulle ceneri della nostra. Personalmente non vedo la nascita di una nuova civiltà se non limitatamente allo sviluppo tecnico-scientifico. Che è una cosa buona, ovviamente, ma non tutto è riducibile alla sola scienza, alle formule di matematica, allo scientismo. Lo sviluppo umano è alla base del resto. Mi terrorizza una società che riempie la propria mente solo di sms e non di cose belle, positive, interessanti. Anche io per un periodo mi sono accorto che riempivo il mio tempo osservando il cellulare e così facendo non avevo più tempo per pensare, meditare, leggere, ascoltare una musica, amare, rapportarsi e relazionarsi con gli esseri umani. Siamo immersi in tutta una frenesia comunicativa insulsa. C'è almeno una speranza? Un'idea per ripartire, per guardare avanti? La speranza mia è una sola, che questo governo riesca effettivamente a togliere l'Italia dall'abisso e ne seguano altri governi sulla stessa strada ma che in termini ragionevoli ricomincino a pensare non solo all'economia. Che diano l'avvio a una moderata ripresa che ci dia la possibilità di investire in cultura. Che quella che stiamo vivendo sia una terapia d'urto al letto di un morente, ma che poi il paziente Italia possa riprendere la sua attività non troppo tardi. L'Italia è ricchissima di saperi, e questo ci dà molte possibilità. Ma è tutta una filiera: se si interrompe, se un anello va perduto soffriamo tutti e potremmo non recuperare più, ma se invece ripartiamo dai primi anelli della filiera, quelli culturali, l'Italia può tornare a essere l'Italia. Il ministero dei Beni Culturali è fatto di vecchi. Se assumessimo dei giovani ci sarebbe un vero rinnovamento. «II turismo dovrebbe essere un volano per la nostra economia. Eppure non abbiamo visto niente. «La nostra umanità è crollata, così come è franata la creatività. Tutti aspetti che il sapere dovrebbe nutrire".