Percorso a ostacoli tra rifiuti d'ogni tipo e lavori che non finiscono mai NAPOLI è nata qui. E sembra un po' anche morirci. Dove sorse la colonia greca di Partenope nell'-VIII secolo avanti Cristo, di fronte all'isolotto di Megaride, langue nel degrado il Monte Echia. La collina di tufo giallo, primo insediamento abitativo della città, chiamato Palepoli per distinguerlo da Neapolis, è in preda a rifiuti, abbandono e infiniti lavori in corso. Sullo sperone roccioso, a picco su uno dei lungomari più invidiati del mondo, giacciono auto rubate, pneumatici, materiali di risulta. Sulle Rampe Lamont Young, che da via Chiatamone portano a via Egiziaca a Pizzofalcone, un muretto ostruisce la strada. Una Ztl ante litteram. «Sta lì da quando avevo almeno otto anni, mezzo secolo spiega una residente di un basso prima era pure più grande. Lo costruì il proprietario. Le auto non devono passare, il palazzo è pericolante, a febbraio per un problema fognario ho avuto la casa invasa dai liquami ». I bassi sono abitati da occupanti storici, lì da generazioni. E gli sversamenti abusivi dei terranei rendono le rampe più fatiscenti. I motorini a tutta velocità vengono tollerati. Alle spalle c'è il Pallonetto di Santa Lucia, in dieci minuti si arriva all'Istituto per gli Studi Filosofici, la Nunziatella e piazza del Plebiscito. Di notte regna il buio. I rari pedoni, costretti allo slalom tra immondizia e detriti, trovano la strada ristretta dal cantiere per la costruzione dell'ascensore che da Santa Lucia porterà al Monte Echia. I lavori procedono a singhiozzo: il progetto è del 2005, il cantiere è stato aperto a febbraio 2009. La consegna era prevista ad aprile scorso. La gru e le recinzioni nascondono il paradiso della terrazza dalla vista mozzafiato, da Mergellina a Punta Campanella, già in parte coperta da un muro fuori misura. Due scritte denunciano i ritardi: «Monte Echia devastato» e «Eduardo, i lavori non finiscono mai». Un altro stop per il ritrovamento di resti archeologici: ai lati del monte sono ancora visibili le rovine della villa di Lucullo. E qualche frammento della necropoli d'epoca cumana. «Non riusciamo a pagare le ditte, mancano i soldi a causa del patto di stabilità della Regione chiarisce l'assessore comunale all'Urbanistica, Luigi De Falco l'ascensore dovrebbe essere consegnato entro la fine dell'anno, ma gli esterni saranno ultimati in un secondo momento». A giugno i carabinieri hanno arrestato due affiliati del clan Mazzarella: chiedevano un pizzo di 500 mila euro, a rate, al capocantiere. Sulla salita svetta Villa Ebe. L'ingresso è ostruito dalla vegetazione incolta. L'edificio neogotico, costruito nel 1922 dall'architetto anglo-napoletano Lamont Young vent'anni dopo il castello Aselmeyer su Corso Vittorio Emanuele, oggi è inaccessibile. Villa Ebe, dove Young si suicidò, è stata meno fortunata della sua gemella. Nel 2000 un incendio doloso ne distrusse gli interni. Da allora il castello di Pizzofalcone è proprietà del Comune. Dal 2008 la Regione ha stanziato 3 milioni e 350 mila euro per farne un museo interattivo di architettura liberty. Ma dei lavori non c'è traccia. Dietro ai cancelli, tra le sterpaglie, un catenaccio e alcuni oggetti confermano che lì qualcuno ci vive: clochard, tossici, diseredati. Anche gli ingressi della settecentesca chiesa dell'Immacolatella, in cima al belvedere, sono sbarrati. Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, nato e cresciuto in questo quartiere, è stato entusiasta dell'iniziativa di un gruppo di ragazzi, che muniti di guanti e scope, l'anno scorso hanno ripulito l'area. Forse era solo un sogno, l'incuria ricopre ancora Monte di Dio. Come scrive nel libro omonimo Erri De Luca, uno dei figli più noti dell'antica Partenope: «Ho visto che in italiano esistono due parole, sonno e sogno, dove il napoletano ne porta una sola, suonno. Per noi è la stessa cosa».