QUANDO ho letto l'appello del Ministro Urbani al Presidente del Consiglio con il quale si chiede un rapido reintegro, entro l'anno, dei tagli nei riguardi, tra altri, delle fondazioni lirico sinfoniche "perché immeritati e non intelligenti", mi sono ricordato della lettera scritta con amarezza da Claudio Monteverdi, all'indomani dell'esecuzione della sua "Arianna", nel 1608, consegnata al Duca di Mantova: "dare 200 scudi a Messer Marco de Galiani che si può dire nulla fece et a me che feci quello che feci niente!". È lungo il cammino percorso dall'opera dai tempi di Monteverdi ad oggi e non sono mancate gravi crisi, spesso ricorrenti. Ma l'opera musicale ha saputo diventare prodotto che ha alti costi fissi collegati alla specifica struttura organizzativa produttiva insieme, però, a valori immateriali e di indotto economico che la rendono patrimonio nazionale indelebile. È cosi il Teatro Costanzi, ora Opera di Roma, nel 2005 è arrivato a compiere 125 anni e se è vero che la sua struttura ha cambiato più volte il nome e la natura giuridica, è pure vero che il Teatro ha sempre ricercato, in armonia con i propri fini istituzionali, di ben sostenere i propri carichi di gloria e di storia. Il suo programma per l'anno corrente è su tre linee: compatibilità economica, crescita qualitativa dei propri complessi, erogazione del servizio culturale cui è chiamato a favore del pubblico. Roma e i romani meritano questo impegno. Così come lo merita il Paese, di cui Roma è Capitale. Gioacchino Belli, coetaneo di Rossini, così si espresse nel suo sonetto "Le Arti" a proposito del teatro d'opera "Stupenna è ll'arte de chi ssuona e ccanta".