Caro direttore, alcuni anni fa ebbi l'opportunità di chiedere a Samuel Huntington, l'autore del celebre The clash of civilizations, se non pensasse che l'Europa e in particolare l'Italia non fossero in realtà il vero teatro del grande confronto di civiltà. «In qualche modo è vero» rispose «ma in Europa, e quindi anche in Italia, si tratta piuttosto di competing civilizations», civiltà concorrenti. Il sottoporsi ad un solo Re è stato, molto prima della democrazia, la prima forma embrionale di espressione della volontà popolare. La moderna sovranità viene dal basso. Una comunità che condivide un territorio, usi e costumi, un linguaggio e leggi comuni, il vissuto di una storia comune il più delle volte segnata dal sangue, diventa sovrana e quindi nazione. La grande democrazia americana "governata dal popolo, con il popolo e per il popolo" ha sacrificato nella guerra di secessione 600.000 suoi figli, affinché nelle parole di Lincoln «non dovesse mai sparire dalla faccia della terra»; la moneta unica, la mutualizzazione dei debiti e lo Stato federale di Hamilton sessanta anni prima, non erano stati sufficienti a consolidare l'unità del Paese. Nell'ambaradan degli eventi presenti, i protagonisti sono i debiti, la crescita, l'euro e la sovranità. Gli Stati Uniti hanno un debito pubblico superiore a quello consolidato dell'eurogruppo. Il Giappone ha un debito pari a più del doppio del suo prodotto interno lordo. Ma né l'uno, né l'altro sono sull'orlo di quel baratro in cui si trova l'Europa. Nessuno ricorda più che l'Inghilterra quattro anni fa, durante un weekend, ha svalutato la sterlina del 30. In altre occasioni i paesi deboli dell'euro avrebbero fatto lo stesso. È inutile continuare a dirci che non bisogna farlo più; per evitare di farlo bisogna che i Paesi meno virtuosi si adeguino ai migliori. Le riforme che stiamo facendo oggi con l'acqua alla gola si sarebbero dovute fare dall'introduzione dell'euro, se non addirittura molto prima, perché sono quelle riforme di struttura di cui, nel nostro Paese, si chiacchiera da due generazioni. Il peccato originale dell'euro ha due teste: è stato introdotto in Paesi con economie non convergenti e quindi non compatibili e con un processo sin dall'inizio dichiarato irreversibile. Con i rischi che corre oggi, questa irreversibilità appare inaudita. Non solo non c'era un piano B, ma in un processo perverso l'errore è stato esorcizzato promuovendolo a bene supremo da difendere a tutti i costi. L'euro, introdotto per accelerare l'integrazione dell'Europa, ne sta provocando la disgregazione, mentre si ascoltano le voci degli "ottimati" che, invocando subito uno stato sovranazionale, evocano una sovranità "artificiale" al servizio di una moneta unica "sintetica". Sembra difficile salvare la faccia e l'euro allo stesso tempo. C'è da sperare che la procrastinazione degli eventi con falsi proclami venga fatta provvidenzialmente per prepararci un po' meglio al peggio. In assenza di un Re tutti tendono le braccia verso Berlino chiedendole che, in una funzione di reggenza, faccia da "elemosiniere finale", cosa che non si sogna di fare e che l'Europa, d'altra parte, pur con la mano tesa del questuante, non vuole subire. Vogliamo l'euro e vogliamo tenerci la sovranità. Vogliamo la crescita, ma vogliamo tenerci l'euro. La Grecia con l'euro non solo non cresce, ma si estingue. Se l'uscita dell'ultima della classe sembra non più procrastinabile, la Germania, prima della classe, messa con le spalle al muro, potrebbe vedersi costretta a togliere il disturbo ed evitare quel rischio che era nelle parole del generale De Gaulle quando, alla domanda di Kissinger su come la Francia avrebbe fatto fronte alla superiorità economica tedesca, rispose: «Avec la guerre».
Lettera - Euro e sovranità
Il testo discute la crisi economica dell'Europa e dell'Italia, che è legata al debito pubblico e alla sovranità. L'autore sostiene che l'introduzione dell'euro ha creato una situazione in cui i paesi deboli come la Grecia sono stati costretti a seguire una politica di austerità, che ha portato alla loro estinzione economica. L'autore critica la politica europea per aver introdotto l'euro senza un piano B e per aver promosso la sovranità europea a scapito della sovranità dei singoli paesi. Sostiene che la Germania, se non si trova una soluzione, potrebbe essere costretta a togliere il disturbo e a prendere misure drastiche per evitare la crisi.
Artista / Persona
Bene culturale
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