"Conciliare produttività e salute". Dopo la conferma del sequestro dell'impianto a caldo dell'Ilva di Taranto - e gli arresti domiciliari per otto dirigenti - è questa la parola d'ordine. Novanta milioni da spendere subito, per rendere l'Ilva ecocompatibile, è quanto mette sul piatto il presidente dell'azienda, l'ex prefetto di Milano Bruno Ferrante. Si parla di collaborazione a tutti i livelli e vigilanza. Ma c'è anche la disillusione degli operai dell'Ilva. Che sono scesi in piazza per scongiurare la chiusura dell'impianto. Loro, i più colpiti dalla nocività dell'impianto - negli ultimi dodici anni i tumori sono aumentati del 107 per cento - si sono trovati a dover difendere l'impianto per difendere il loro posto di lavoro. Se vanno a lavorare, è più facile che si ammalino di un tumore. Se non ci vanno, è difficile trovare un altro modo di guadagnare qualcosa, specialmente in tempi di crisi. E la loro situazione è stata sintetizzata in un dibattito a Linea Notte del Tg3, durante una diretta sugli scioperi dei giorni scorsi. È stato chiesto agli operai: «Volete che l'azienda chiuda, come chiede la magistratura, o volete che continui ad operare? ». Risposta: «Non siamo noi che dobbiamo indicare la soluzione, noi rivendichiamo il nostro diritto a lavorare in sicurezza, in un ambiente sano per noi e per le nostre famiglie». Una lettura della situazione si può ottenere dalle lettere aperte, e-mail, commenti a post sui blog riguardanti la vicenda Ilva. Su tutte, una lettera inviata al sito del giornalista Oliviero Beha, che denuncia in maniera netta: "Quello che è successo a Taranto è frutto dell'ignoranza delle Istituzioni, dei Sindacati, di una certa classe dirigente, di tutti coloro che in questi anni si sono sempre girati dall'altra parte mentre le opportunità economiche e sociali di una città di 200mila abitanti venivano distrutte - sistematicamente - da uno sviluppismo di rapina. Basta ascoltare cosa diceva Pasolini nel 71 per capire (sempre se si vuole capire) che a Taranto non c'è stato alcun sviluppo". E Roberto Pirani - il mittente della lettera - ci tiene a sottolineare che conciliare produttività e salute è pressoché impossibile, perché si tratta per la maggior parte di inquinanti "bioaccumulabili", e questo "significa che ogni giorno la situazione peggiora". E ricorda Pirani quello che disse il dottor Mazza, primario di ematologia di Taranto, rispondendo alle domande di RaiNews24, che all'Ilva dedicò una inchiesta. Per far vivere meglio gli abitanti di Taranto "o spostiamo la città o spostiamo le fabbriche", disse Mazza. E allora qual è la soluzione? C'è chi - come Il Fatto Quotidiano - parla di decrescita. In futuro, insomma, occorrerà regredire, ritrarsi, rinunciare. Anche ai posti di lavoro pur che siano. Tra lavoro e ambiente non v'è dubbio o terza via: ambiente, e si chiuda tutto. In altri ambiti si è più cauti, e si cerca una soluzione per salvare i posti di lavoro. Si propone, ad esempio, di far diventare gli operai stessi i tecnici delle bonifiche. E poi, altre proposte: che Taranto venga dichiarata no-tax area per almeno cinque anni, in modo da attrarre investimenti italiani e esteri per investimenti su nuove aziende basate sull'innovazione e su un modello economico non inquinante. Quale sia questo modello non è ancora particolarmente chiaro, nel dibattito. E allora si torna alla domanda principale. Ovvero, se è possibile mettere in sicurezza un impianto delle dimensioni dell'Ilva. I limiti delle diossine sono delineati da una legge del 2008 del Consiglio Regionale della Puglia, che imponeva allo stabilimento di limitare le emissioni di diossina, misurate secondo il criterio della tossicità equivalente. Ilva ha investito, ha ammodernato gli impianti, ha ridotto le diossine installando due nuovi impianti che hanno abbattuto le emissioni tossiche del 90 per cento. Oggi Ilva sarebbe in linea con le norme europee. Rimane comunque il problema delle diossine e delle polveri emesse in passato, ora sparse sul territorio, che è necessario bonificare. Ma quanto è accaduto negli ultimi tre anni dimostra che crescita non significa necessariamente inquinare o cementificare. E "sostenibilità - scrive sul Post Filippo Zuliani, ingegnere, dipendente del centro di ricerca e sviluppo Tata Steel - significa invece scambiare obiettivi di quantità con quelli di qualità, ma sempre con conti economici che stiano in piedi e non soddisfino solamente le tasche degli azionisti o l'immobilismo di conservatori benestanti". Resta un punto, che non va trascurato: le responsabilità storiche di quanto è successo all'Ilva. Che sono le responsabilità storiche di quanto è successo in molte altre industrie, in Italia e nel mondo. Basti pensare alle inchieste sul Petrolchimico di Marghera scritte da Gianfranco Bettin, sociologo, che di Marghera è stato anche pro-sindaco. Una responsabilità storica che ha portato oggi gli operai a dover scegliere se lavorare e morire o se non lavorare affatto. 09082012
SICILIA - Dalle difficoltà di bonifica alle responsabilità storiche
L'Ilva di Taranto è stata oggetto di un sequestro e di arresti domiciliari per otto dirigenti. Il presidente dell'azienda, Bruno Ferrante, ha proposto di spendere novanta milioni di euro per rendere l'Ilva ecocompatibile. Gli operai dell'Ilva hanno sceso in piazza per difendere l'impianto, che è stato criticato per la sua nocività per la salute. La situazione è stata sintetizzata in un dibattito a Linea Notte del Tg3, in cui è stato chiesto agli operai se vogliono che l'azienda chiuda o continui ad operare. La risposta è stata che non siamo noi che dobbiamo indicare la soluzione, ma rivendichiamo il nostro diritto a lavorare in sicurezza.
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