COME tutti sanno, la Biblioteca Universitaria di Pisa è chiusa a tempo indeterminato in conseguenza di una ordinanza del sindaco dovuta allo stato dell'edificio che la ospita, il Palazzo della Sapienza. Si discute sulla sua sorte. Tra pochi giorni il capitolo dei Padri Cappuccini di Pisa deciderà se accettare l'offerta del ministero dei Beni culturali di affittare gli spazi del convento per ospitarvi i libri della Biblioteca. A quanto pare nessuna istituzione nazionale o cittadina ha offerto di meglio. Ma in questo rifugiarsi dei libri come tanti extra-comunitari nella sede di un ordine religioso si registra la rinuncia e il fallimento delle istituzioni accademiche, del governo cittadino e regionale, dei ministeri nazionali davanti a quello che dovrebbe essere avvertito da tutti come il loro dovere primario. E CIOÈ garantire la sopravvivenza e il funzionamento nella sua sede storica di quella Biblioteca che da secoli fa tutt'uno col Palazzo della Sapienza e costituisce il punto d'incontro ideale e reale di studenti e docenti tutti. E' una sconfitta grave per la comunità degli studi e per la città. E non vale richiamare fatalisticamente presunte cause di forza maggiore, come il terremoto. Nelle città dell'Emilia Romagna il terremoto c'è stato davvero, ma i danni negli edifici storici delle grandi biblioteche sono stati rapidamente accertati e risolti. A Pisa, invece, più della natura ha potuto la cattiva volontà delle istituzioni. Come ha scritto in una lettera aperta l'ingegner Carlo Alberto Bianchi, è piuttosto singolare che per studiare le condizioni dell'edificio si sia ritenuto necessario alleggerirlo della presenza dei libri: l'analisi delle parti note del verbale dei vigili del fuoco mostra che i danni eventuali riguardano il porticato e le parti a piano terra, non il primo e secondo piano. E c'è una questione di costo che appare singolarmente rovesciata nelle operazioni frettolose in corso: ci si prepara a pagare un fitto oneroso ai Cappuccini per un periodo che nessuno sa quantificare rinunciando alla possibilità di operare all'interno della sede stessa, come si fa di solito in questi casi e come ha fatto con esiti eccellenti la Biblioteca Vaticana dopo un triennio di chiusura. Ma non è di costi e di variabili finanziarie che qui si tratta. L'ingegner Carlo Alberto Bianchi ha scritto parole che esprimono un sentimento generale quando ha detto che «la Sapienza è considerata da tutti, pisani, non pisani e studenti, come il simboloe il cuore della nostra Università con la Biblioteca, l'Aula Magna, la Specola e tutta la storia di questo Palazzo». Possiamo tollerare che questo simbolo venga cancellato? Quel che si sta facendo con fretta sospetta nel periodo di massima disattenzione collettiva creerà uno stato di fatto difficilmente rimediabile: una biblioteca deportata in un locale fuori del centro cittadino, emarginata e minacciata di abbandono perché non se ne terrà più conto nel lavoro ordinario di studenti e docenti. Chi rilegga il saggio storico di Alessandro Volpi nella recente Storia dell'Università di Pisa scoprirà che questa biblioteca si è costituita graziea un processo secolare di donazioni e di sforzi per conservare e arricchire tutte le tracce maggiori della vita intellettuale dello Studio pisano. Cancellarne l'esistenza, ridurla a un moncone senza vita, considerarla solo un peso ingombrante,è un atto di abiezione intellettuale che né Pisa né la sua Università meritano: per questo lo scrivente, a nome dell'associazione degli amici della Biblioteca ha chiesto un confronto pubblico cittadino su questo problema. Il sindaco non ha ritenuto di concederlo per ragioni che ignoro. Rinnovo questo invito e propongo di fare questo incontro fra tutte le istituzioni e le associazioni interessate alla riapertura prossima delle attività universitarie. Ma intanto ritengo che si debba diffidare chiunque dal prendere decisioni avventate, come quella dell'affitto del locale dei Cappuccini, o dal mettere in atto operazioni di delocalizzazione della biblioteca in assenza di un vero progetto. La falsa emergenza che si sta creando e aggravando con operazioni non meditate deve lasciare il posto a una riflessione adeguata su quella che veramente si vuole che sia nel futuro prossimo la sorte di un lascito culturale di una lunghissima storia e di uno strumento essenziale della ricerca e della vita universitaria.