Francesco Maria De Sanctis, assicura di non essersi aspettato l'incarico di Presidente del Consiglio superiore dei beni culturali. Ma certo non è stato colto impreparato, visto che nel settore ha una lunga esperienza, del settore ha una visione precisa, che si prepara a mettere in atto: «I beni culturali sono un patrimonio dei cittadini, sono beni comuni come l'acqua e l'aria. In questa prospettiva vanno tutelati e valorizzati, sarebbe un grave errore strategico pensare di risolvere i loro problemi attraverso dismissioni o aziendalizzazioni». De Sanctis, classe 1944, filosofo del diritto, già professore a La Sapienza di Roma e alla Federico II di Napoli, collaboratore e docente alla Sorbona di Parigi, nelle università di Saarbriicken, Vienna, Graz, è stato per 18 anni, fino al 2011, rettore al Suor Orsola Benincasa che è riuscito atrasformare dacomplemento del sistema universitario napoletano apunto di eccellenza e di richiamointemazionale. Grazie anche a uno specifico corso di laurea per la conservazione dei beni culturali e a percorsi di studio specialistici per il restauro, la storia dell'arte, l'archeologia. Ora De Sanctis è tecnicamente «in pensione dall'università», ma dirige un Centro di Ricerca sulle Istituzioni Europee e continua a tenere conferenze-lezioni. Sa che l'incarico conferitogli dal ministro Lorenzo Onmaghi, e accettato a titolo gratuito, non sarà una passeggiata: «Ci troviamo in una fase difficile. La crisi, speriamo, passerà. Poi ci ritroveremo con un sistema dei beni culturali, e della cultura in generale, della ricerca, che potranno rischiare di essere condizionati a lungo da scelte frettolose fatte ora. Per un paese l'investimento in cultura è sulfuturo, un futuro non solovicino. C'è perciò chi non sa scorgerne l'utile politico. Ma che qualcuno pensi al futuro è necessario, altrimenti presto ci ritroveremo indietro di decenni rispetto ad altri paesi come gli Stati Uniti e la Francia che, nonostante la crisi, accrescono gli investimenti pubblici per la ricerca e la cultura. Fermarsi per un anno significa perdeme cinque, per due perdeme dieci». Può chiarire? «Fermarsi significa smobilitare lavori in corso, competenze, sistemi di aggiornamento e di comunicazione. Non è che poi schiacciando un bottone la macchina riparte. Bisogna ricostruire tutto ciò che si è disperso e che era costato anni di lavoro. Vale in generale per la ricerca scientifica, ritengo che valga anche per la gestione dei beni culturali». In molti lamentano i troppi vincoli e il poco spazio per il privato. «Già, e vede cosa è successo affidando le spiagge ai privati? Uno scempio. Il privato è logico che pensi in termini di profitto immediato. Deve essere la sfera pubblica a regolare la gestione dei beni culturali che, voglio ripeterlo, riguarda anche il futuro un po' più lontano, dei figli, dei nipoti. Ben venga il privato che può trovare un utile in un progetto a termine, in una sponsorizzazione. Ma le dismissioni le ritengo impensabili. I beni culturali non sono monetizzabili ma riguardano la nostra identità complessiva che può dare slancio a utili imprese economiche. Essere italiani significa avere un patrimonio di storia ricchissimo e composito in Europa e sul Mediterraneo, significa poter pensare produttivamente al futuro in queste due direzioni. Ce lo ricordano continuamente i nostri monumenti, le nostre opere d'arte, i nostri paesaggi».