Collette per pagare la bolletta della luce o quella del telefono (della Soprintendenza, naturalmente), trasferte di lavoro con la macchina privata: a forza di sentirsi dei privilegiati e di pensare che il proprio lavoro è una missione, gli archeologi rischiano di rimetterci di tasca propria. Accade anche questo negli Uffici pubblici deputati «alla tutela» dei Beni Culturali (diciamo quelli più periferici). Siccome al grido comune di bambole non c'è una lira» non succede nulla, i funzionari delle Soprintendenze (svilite dai tagli finanziari), pur di continuare a svolgere il proprio lavoro sono costretti ad autotassarsi e a non prendersela se il Soprintendente alza le braccia e giustifica i sacrifici: «Il vostro, in fondo, è il lavoro più invidiato al mondo». Altro che Indiana Jones: l'aura romantica che aleggia intorno alla figura dell'archeologo è seriamente compromessa da una serie di considerazioni. «Prima di tutto gli scavi scientifici sono bloccati perché non ci sono fondi - spiega il prof. Luca Sasso D'Elia archeologo informatico alla Sovraintendenza di Roma - Solo le università fanno scavi didattici e mandano sul campo gli studenti di archeologia. In teoria dovrebbero essere le Regioni a promuovere investimenti sul territorio ma i finanziamenti sono ridotti all'osso». Allora che fanno gli archeologi italiani? «Fino agli anni Settanta gli archeologi erano figure stabilizzate - continua il prof. Sasso D'Elia - che lavoravano per la pubblica amministrazione. Poi sono nati gli archeologi free-lance. Con la libera professione e la mancanza di un Albo, che aspettiamo da anni, gli archeologi si sono raggruppati in cooperative». E quindi? «L'archeologo fa un lavoro delicato come quello del chirurgo. Un errore durante lo scavo e si perdono dei dati fondamentali, per sempre. Serve competenza e formazione professionale specifica. Che sarebbero garantiti dall'Albo. Purtroppo gli archeologi sono una categoria disgregata e non riescono a fare gruppo». Come si trova lavoro? «I free-lance vengono reclutati dai funzionari delle Sovrintendenze che approvano e appaltono i progetti. Che sono finanziati dai privati, naturalmente. Una scelta discrezionale, un circolo chiuso. Poi i "fortunati prescelti" vengono catapultati in cantiere. Orario di lavoro: 8-16 lo stesso degli operai. Quindi la giornata si chiude in biblioteca per gli aggiornamenti, poi la stesura del resoconto finale. Che significa, finalmente, pagamento del progetto». Si guadagna bene? «Una miseria. Diciamo 600, 700 euro netti al mese. Anche per questo dopo la laurea, ho preso il diploma da geometra. In cantiere avevo più peso. Ero anche il direttore dei lavori. E perfino tutelato da un albo professionale». Altri sbocchi? «Mercato degli expertises e perizie del Tribunale. Ma è per pochi ed è difficile farsi un nome. I giovani laureati non sono famosi come Vittorio Sgarbi. In Tribunale arrivano i contenziosi su cantieri bloccati. E se ne vedono di tutti i colori. Un classico? Grosse società e con tanti mezzi che riescono a far saltare i vincoli e intere ville romane interrate per sempre». Cosa augurarsi nel futuro? «Se il settore deve essere privatizzato, almeno ci siano più regole. E dunque un albo professionale. E che gli stipendi si avvicinino a quelli dei chirurghi».
Archeologi alla ricerca dell'Albo perduto
Gli archeologi italiani rischiano di rimetterci di tasca propria per pagare le bollette della luce o del telefono. I funzionari delle Soprintendenze, a causa dei tagli finanziari, sono costretti ad autotassarsi e a non prendersela se il Soprintendente alza le braccia e giustifica i sacrifici. Gli scavi scientifici sono bloccati a causa della mancanza di fondi, e solo le università fanno scavi didattici e mandano gli studenti di archeologia sul campo. Gli archeologi italiani sono una categoria disgregata e non riescono a fare gruppo, quindi si raggruppano in cooperative.
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