Le opere erano state depredate vent'anni fa Recuperate a Londra, ora sono state restituite Un Buddha ritorna a Kabul, e con lui gli avori incisi dell'antica Bagram, le monete d'argento greco- battriane e quelle islamicomedievali, i minuziosi accessori cosmetici dell'antichità: 843 oggetti in tutto che ieri sono stati ufficialmente riconsegnati al Museo nazionale afgano dalla Gran Bretagna, dopo essere stati a lungo conservati dal British Museum. Era il marzo del 2001 quando i Taliban fecero saltare i giganteschi Buddha scolpiti nelle rocce di Bamiyan, immagine fra le più eclatanti di una capillare furia iconoclasta che negli anni del loro regime significò la distruzione di molta dell'arte di un paese che conservava fino ad allora le tracce delle civiltà che l'hanno abitato e attraversato percorrendo l'antica Via della seta che portava in Cina e prima ancora quella del commercio dei lapislazzuli. Ora quelle casse accuratamente imballate e fatte partire nelle scorse settimane con aerei della Raf dagli aeroporti militari inglesi, arrivate in una base militare dell'Helmand, poi portate a Kabul, sono state aperte. Fahim Rahimi, curatore capo del museo, ieri guardava il Buddha in pietra di 1800 anni di età emergere dalle doghe di legno che lo proteggevano, con la sua mano levata in segno di protezione e di liberazione da ogni paura. «Sono così felice diceva Rahimi alla Bbc che tutte queste opere così importanti nella storia e nella cultura del paese siano di nuovo qui con noi, non solo come archeologo: come afgano». E il Buddha trovava il suo posto in una nicchia vicina all'ingresso del museo, dove saranno ora esibiti gli altri oggetti appena tornati, almeno temporaneamente, in attesa della nuova sede che dovrebbe presto sorgere a Kabul. Venti anni fa, gli avori, le monete, gli oggetti di toilette, erano in Afghanistan, in buona parte proprio nel museo che negli anni Novanta, durante la guerra civile, perse tre quarti del patrimonio artistico che conservava. Già prima dell'arrivo dei Taliban, in realtà, i responsabili di allora avevano nascosto le opere nei caveau delle banche di Kabul, ma non ci volle molto a svuotare anche quelli. Poi ogni oggetto prese la sua strada, finendo in collezioni private o nel sempre florido traffico clandestino del-l'arte, che spesso fa capo proprio al mercato antiquario inglese. Non a caso in Gran Bretagna esiste un'ottima squadra della Metropolitan police dedicata al recupero di arte e antichità, che ha intercettato e consegnato al British Museum buona parte degli oggetti di un valore complessivo di circa un milione in sterline restituiti ieri dal governo inglese a quello afgano. Gli avori incisi, di fattura indiana ma collezionati dai ricchi abitanti di Bagram nei primi secoli della nostra era, sono stati per la maggior parte sequestrati al loro arrivo negli aeroporti inglesi di Birmingham, Leeds e altri scali periferici. Sempre da lì sono riemerse le collezioni di monete sia d'epoca greco-battriana che di epoca islamica medievale. Il Buddha invece è riemerso per merito della collaborazione offerta l'anno scorso, con garanzia di anonimato in cambio, da un mercante d'arte londinese. D'accordo con il British Museum, il mercante ha contribuito a portare in Gran Bretagna la scultura dopo averla vista e riconosciuta come uno dei pezzi fra i più importanti spariti da Kabul negli anni Novanta e averla comprata di tasca sua dal collezionista giapponese che l'aveva in casa. Quel Buddha è il dono di un anonimo privato. La restituzione, invece, è frutto di quella che il direttore del British Museum Neil McGregor descrive alla Bbc come «il risultato del dialogo in corso fra le nostre istituzioni culturali, come del supporto delle autorità». E ora John Simpson, il curatore responsabile della sezione preislamica iraniana e araba per le cui mani sono passati tutti quegli oggetti, tiene a dire all'Independent: «Mi piace pensare che chiunque farebbe lo stesso per noi, se fossimo così sfortunati da subire simili disastri ».